Massimo Mezzetti, tra le tante frasi dette nel suo intervento, ne ha pronunciata una che sposta il baricentro verso l'impossibile: 'Il piano non deve toccare né le risorse né le funzioni della rete provinciale; basandosi su risorse aggiuntive. Se questo punto fermo salta, sono pronto ad abbandonare il progetto'. Frase alta, per carità, capace di ammaliare anche i sindaci (forse meno quelli più di lunga esperienza), ma che si scontra con una realtà tanto più vera quanto già vissuta nel passato.
Per capire quanto siano fondati i timori odierni sull’impatto economico, fisico e funzionale che questo nuovo colosso potrebbe avere sia sul policlinico e sia direttamente sia indirettamente sulla pelle dei cittadini di Modena e provincia, basta fare un salto indietro di quasi quarant'anni. Esattamente alla fine degli anni Ottanta, quando nel 1987 prese corpo il primo dibattito sull'esigenza di superare l'antico ma ormai obsoleto Ospedale Sant'Agostino in centro storico. Trenta anni sono passati, tanti quanto quelli trascorsi per una riqualificazione funzionale del complesso e la sua nuova destinazione ad hub culturale. Anche allora la narrazione ufficiale era infarcita di rassicurazioni: la periferia non sarebbe stata toccata.
Poi, la realtà ha bussato alla porta. Dall'apertura del cantiere nel 1993 fino alla fatidica inaugurazione del 2 giugno 2005, il progetto ha fagocitato fiumi di risorse pubbliche, complice una delicata variante generale finale tra il 2002 e il 2003 per adeguare la struttura ai moderni standard di emergenza-urgenza.
Ma il capolavoro della retorica politica si consuma sul terreno della programmazione. Oggi le forze politiche al governo si affrettano a richiamare a gran voce l'importanza del PAL (il Piano Attuativo Locale), sventolandolo come la bussola democratica del percorso. Ed è qui che il teatrino tocca vette sublimi. Chi è che invoca oggi la sacralità del PAL? Gli stessi, identici attori politici che hanno governato la sanità locale nell'ultimo ventennio. Che hanno creato quel Piano e che lo hanno abbandonato e gestito con le pezze dei decreti ministeriali calati dall'alto che ne hanno anche svilito a radice. E trasformando il tanto decantato sistema a rete in un sistema centralistico che gravita su Modena.
Viene allora da chiedere: se il PAL è uno strumento così vitale, chi è che lo ha lasciato chiuso in un cassetto a fare la muffa per ben 15 anni senza mai aggiornarlo?
Proprio questo colpevole abbandono della programmazione ha prodotto non solo una mancata razionalizzazione delle risorse ma anche un grande spreco. Zavorrando anche quel processo di vera integrazione tra il Policlinico e Baggiovara che, pur essendo iniziato formalmente nel 2019 con la nascita dell'Azienda Ospedaliero-Universitaria unica, avrebbe dovuto compiersi ben prima e in modo radicale. Per anni si è preferito navigare a vista, mantenendo in piedi un costoso doppione funzionale e strutturale, con enormi spese di ristrutturazione. Un cortocircuito gestionale così evidente che non più tardi di tre mesi fa, rispondendo alle nostre precise domande, persino l'attuale Direttore Generale dell'Azienda Ospedaliero-Universitaria non ha potuto fare a meno di definire quella modenese come 'un'anomalia da superare urgentemente'.
L'assenza di una pianificazione aggiornata, da parte di chi, al governo della regione, ma soprattutto della provincia e della città capoluogo, ha di fatto cristallizzato questa inefficienza per 15 anni, congelando un assetto che oggi si pretende di rivoluzionare con un colpo di spugna da 550 milioni di euro. La verità è che per quindici anni si è preferito non decidere, accumulando ritardi e nascondendo la polvere sotto il tappeto. E quegli strumenti di pianificazione che sono stati ignorati per anni, oggi tornano improvvisamente comodi come scudo per difendere di una politica che con la sua fuga in avanti, contestabile nel metodo, Mezzetti ha avuto comunque la spinta di mettere a nudo. Ma la memoria storica serve a questo: a ricordare che quando la politica promette che 'nessuno in periferia si farà male', a rimetterci il gesso, alla fine, sono sempre i soliti noti.
Gi.Ga.


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