Epperò il regno di Letta è già traballante. Il Pd, dopo un piccolo recupero nei sondaggi, è ora stato scavalcato addirittura da Fratelli d'Italia e il trend appare decisamente al ribasso. L'ex premier paga il suo atteggiamento poco empatico, alcune uscite scomposte (quella sulla tassa di successione è solo l'ultima) e in generale il tentativo un po' goffo di togliersi di dosso l'etichetta di democristiano per abbracciare le tesi più di sinistra, a partire dalla scelta di fare del Ddl Zan non solo una battaglia, ma addirittura una bandiera identitaria del partito. Incapace anche di sbloccare l'annoso tema della alleanza coi 5 Stelle come dimostra il dibattito sulle candidature alle amministrative, Enrico Letta potrebbe ritrovarsi anzitempo di fronte a quegli studenti francesi che aveva salutato commosso a marzo.
Ed ecco che Bonaccini, al quale tutto si può dire tranne l'accusarlo di non aver fiuto politico, compresa la difficoltà del suo segretario si riaffaccia sulla scena nazionale per parlare non di Covid o di Emilia Romagna, ma di Pd. Oggi, in una intervista al Foglio, il governatore offre la sua ricetta di partito ('Il Pd non sia il partito della conservazione e guidi la svolta su semplificazione e green' - dice Bonaccini), ma è evidente che al di là del merito dell'intervento, l'obiettivo vero è quello di riaccendere i riflettori su di sè e far sentire a Letta il fiato sul collo. Non sarà il 'stai sereno' di Renzi (Bonaccini da questo punto di vista è più prudente dell'ex rottamatore fiorentino), ma il senso è quello.
Giuseppe Leonelli



