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Modena, ecco perchè da medico dico che svuotando il Policlinico, il Pronto soccorso decadrebbe a Cau

Modena, ecco perchè da medico dico che svuotando il Policlinico, il Pronto soccorso decadrebbe a Cau

Il futuro del Policlinico e di Baggiovara deve essere discusso partendo dai pazienti, dalle emergenze e dalla formazione dei futuri medici


4 minuti di lettura

Abbiamo ricevuto una lettera firmata da parte di un noto medico dell'azienda ospedaliera modenese che testimonia i problemi legati allo svuotamento dell'ospedale Policlinico pensato dal sindaco Mezzetti. Il trasloco dei reparti a Baggiovara annunciata dal sindaco (al Policlinico resterebbero solo alloggi per studenti e medici, l'area Materno-infantile e il Ps) rende la stessa presenza del Pronto soccorso problematica ecco perchè.

 

Un Pronto Soccorso non è un'insegna sulla porta. Cosa resterà davvero al Policlinico di Modena?
In questi giorni si discute del progetto di realizzare a Baggiovara un nuovo grande polo ospedaliero, nel quale concentrare le attività di maggiore complessità, trasferendovi progressivamente una parte importante delle funzioni oggi presenti al Policlinico di Modena. Il sindaco Massimo Mezzetti ha assicurato che il Policlinico non chiuderà e che manterrà il proprio Pronto Soccorso, trasformandosi in un ospedale prevalentemente dedicato alla bassa e media complessità. Ma cosa significa, dal punto di vista clinico, mantenere un Pronto Soccorso? E soprattutto, quali servizi devono essere disponibili affinché quel Pronto Soccorso possa davvero funzionare?

 

La questione è meno semplice di quanto possa apparire. Immaginiamo un cittadino che si presenti in Pronto Soccorso per un forte dolore addominale. Dopo gli accertamenti viene diagnosticata una perforazione intestinale con peritonite.
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È un'emergenza chirurgica che può richiedere un intervento immediato. Per trattare quel paziente non basta il medico di Pronto Soccorso. Servono un chirurgo, un anestesista, una sala operatoria attrezzata, personale infermieristico specializzato, un servizio trasfusionale e la possibilità di garantire l'assistenza postoperatoria.
Se queste risorse non sono disponibili, il paziente deve essere stabilizzato e trasferito in un altro ospedale. Il trasferimento può essere appropriato, ma richiede tempi, mezzi, personale e un percorso organizzativo sicuro. Immaginiamo ora una donna che arrivi in condizioni di shock per un'emorragia digestiva. Può avere bisogno contemporaneamente di rianimazione, trasfusioni, endoscopia operativa e, nei casi più gravi, di una procedura radiologica interventistica o chirurgica. Oppure pensiamo a un'anziana persona con un quadro settico apparentemente poco specifico. La diagnosi definitiva può arrivare soltanto dopo esami di laboratorio e indagini radiologiche, quando si scopre che è necessario un intervento urgente.
Ancora più delicato è il tema del materno-infantile, che secondo le dichiarazioni istituzionali rimarrebbe in via del Pozzo. Una grave emorragia ostetrica può richiedere immediatamente anestesia, chirurgia, disponibilità di emocomponenti e assistenza intensiva. Come saranno organizzate queste funzioni nel futuro Policlinico? Quali resteranno in sede e quali dipenderanno da Baggiovara?
Non sono interrogativi polemici.
Sono domande che un progetto sanitario deve necessariamente affrontare.

 

Del resto, il Decreto Ministeriale 70 del 2015 stabilisce che anche gli ospedali di base dotati di Pronto Soccorso devono possedere precise funzioni cliniche, tra cui Medicina interna, Chirurgia generale, Ortopedia, Anestesia e servizi diagnostici e trasfusionali organizzati per garantire la continuità dell'assistenza.
Un Pronto Soccorso può certamente operare senza tutte le alte specialità, trasferendo i casi che richiedono un livello di cura superiore. Ma non può essere considerato equivalente a un semplice ambulatorio per patologie minori. Se le discipline fondamentali venissero progressivamente eliminate, bisognerebbe spiegare quale funzione di emergenza rimarrebbe realmente e se la struttura finirebbe per avvicinarsi, nell'attività concreta, a un Centro di Assistenza e Urgenza.

 

C'è poi un'altra questione, forse meno evidente ai cittadini ma altrettanto importante: la formazione dei futuri medici. Il Policlinico è anche un ospedale universitario. Gli studenti di Medicina e i medici specializzandi apprendono quotidianamente attraverso il contatto con i pazienti, le attività di reparto, le sale operatorie e le urgenze. La formazione di uno specializzando in Chirurgia generale, per esempio, non può limitarsi alla chirurgia robotica o agli interventi oncologici più complessi. Deve comprendere la chirurgia di base, l'emergenza, il trattamento delle complicanze e la gestione dell'intero percorso assistenziale.
Naturalmente questi obiettivi possono essere raggiunti anche attraverso una rete formativa articolata su più ospedali. Ma una simile organizzazione richiede programmazione, casistica adeguata, supervisione e garanzie precise.

 

Concentrare le alte complessità può rappresentare un'opportunità per migliorare la qualità delle cure, soprattutto quando consente di riunire équipe multidisciplinari e tecnologie avanzate.
Non è questo il punto in discussione. Il problema è conoscere cosa resterà nell'ospedale cittadino, quali attività verranno trasferite, come sarà organizzata l'emergenza e quale ruolo conserveranno le strutture universitarie. Da qui alcune domande alle quali sarebbe utile ricevere risposte: quali reparti rimarranno al Policlinico? Sarà mantenuta una Chirurgia generale in grado di trattare le urgenze? Saranno disponibili anestesisti e sale operatorie sulle 24 ore? Quali posti letto di terapia intensiva o subintensiva saranno presenti? Come funzionerà il sistema dei trasferimenti? E quale sarà il ruolo delle scuole di specializzazione? Sono interrogativi che riguardano direttamente la sicurezza dei pazienti.
Si può discutere di un nuovo ospedale da 550 milioni di euro, della sua architettura e della sua collocazione. Ma prima di decidere dove costruire i muri bisogna sapere quali cure saranno garantite dentro quegli edifici. Perché un ospedale non è soltanto un insieme di reparti e tecnologie. È soprattutto un sistema di competenze che deve funzionare insieme, ogni giorno e ogni notte, anche quando il paziente non può permettersi di aspettare.
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