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Pavullo, con Venturelli vince la vecchia (e buona) politica

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Ritorno alla vecchia politica fatta di relazioni faccia a faccia, di gente comune che sale al palazzo ma non si dimentica che prima ne viveva fuori


Pavullo, con Venturelli vince la vecchia (e buona) politica

Cominciamo col dire una cosa: Davide Venturelli non è un politico anti sistema, né ha un nuovo modo di fare politica. Venturelli è parte del sistema, semmai è un non allineato ma dieci anni di consiglio comunale qualcosa vorranno dire. Ma soprattutto, il neo sindaco di Pavullo, è uno che non si è limitato a sedersi in consiglio comunale, ma lo ha portato fuori dalla sala consiliare, pubblicando gli esiti delle riunioni sui social e, soprattutto, riportando la politica nel territorio. Un vecchio modo di fare politica che, non usando più appare nuovo, così come nuovo appare il suo schema civico, slegato dai partiti dai quali sarà, da oggi in avanti corteggiassimo, e bravo lui se riuscirà a fare il suo lavoro senza apparentarsi strada facendo.
La novità di Venturelli, che lo scrivente si augura sia di buon auspicio per tutto il territorio montano, è in realtà il ritorno alla vecchia politica fatta di relazioni faccia a faccia, di gente comune che sale al palazzo ma non si dimentica che prima ne viveva fuori. La vittoria di Davide Venturelli sta tutta qui, in una politica che non vuole essere solo autoreferenziale ma che dia un senso di appartenenza senza che questa sia solo retorica. Ed è una vittoria che fa da contraltare a quello a cui si è assistito due settimane fa nei piccoli comuni, e cioè la soluzione di continuità delle giunte notabili, oramai una costante di un territorio che, oltre che di spopolamento demografico, soffre di spopolamento politico.

Ai partiti non interessa più presidiare il territorio e nemmeno fingere di farlo. Nel Pd preferiscono affidarsi ai loro luogotenenti che rispondono ai nomi di Braglia (inizialmente un avversario del Pd poi addomesticato) Bonucchi (il quale farà da vice al suo ex vicesindaco) oppure a feudatari di lungo corso come Paladini che, forti di un loro bacino elettorale lo mettono a disposizione del miglior offerente. Ai sedicenti avversari importa mettere una bandierina come è successo a Pavullo cinque anni fa con la vittoria di Biolchini oggi sconfitto, ma qualcosa vorrà pur dire se il candidato del senatore Stefano Corti, nella sua Montefiorino è arrivato terzo su tre candidati in un comune di meno di tremila abitanti. E dire che la Lega, per lo meno al di sopra del Po, fece proprio del presidio del territorio il punto di forza da cui attingere alle consultazioni elettorali.

Un centro destra che non ha saputo far tesoro di vittorie che si sono rivelate estemporanee (ci limitiamo a Vignola e Pavullo per quello che riguarda la linea al di sotto della pedemontana) e che sono culminate nell’inspiegabile paradosso di essere i più votati in montagna senza avere un rappresentante diretto dell’Appennino nell’Assemblea Legislativa della Regione; ha dimostrato di essere funzionale a quel centro sinistra che dice di voler scalzare: non ha mostrato nessun interesse per radicarsi pragmaticamente nella politica locale, presentando liste raffazzonate e fatte alla maniera di De Coubertin, per partecipare e non per vincere. Dal canto suo, come dicevamo, il centro sinistra e in particolare modo il Partito Democratico, ha contribuito allo spopolamento politico del territorio: nessun ricambio se non di facciata, e reclutamento di personalità di centro destra per fiaccare ogni tentativo di alternanza. Presidi territoriali dove contano i Ras locali e le sezioni di partito altro non sono che centri di tesseramento senza alcun potere decisionale su liste e partecipazione. Il risultato, più in grande, è un Pattuzzi che nemmeno arriva al ballottaggio, perché mancando l’esperienza sul territorio, e limitandosi ai potentati dei Tomei, dei Bonucchi o della dinastia Muzzarelli, non si può considerare Pavullo, oramai una cittadina corposa con dinamiche non assimilabili al resto d’Appennino, come un semplice presidio territoriale dove, tra l’altro, nemmeno si presenta il simbolo nella scheda elettorale, quasi a volersi dissociare dalle mancanze evidenti che hanno allontanato i cittadini i quali, hanno risposto in massa astenendosi.

La partecipazione negata dal Pd e non ricercata dal centro destra, è stata riscoperta nel senso più gaberiano da Venturelli, il quale magari godrà di un consenso certamente condizionato dall’astensione, ma che ha convinto di più coloro che hanno voluto comunque esercitare il diritto di voto e che, prediligendo lo schema moderato hanno preferito quello apartitico e più spontaneamente territoriale.

Davide Venturelli ha dimostrato che è ancora possibile fare politica partendo dal basso e costruendo il consenso poco alla volta con pazienza. Ha dimostrato che si può farlo con uno scambio concreto con i cittadini e ha dimostrato che si può fare senza avere necessariamente una sovrastruttura partitica. Il resto della montagna può prendere esempio per rinascere davvero, senza aspettare che arrivino falsi profeti ogni cinque anni. A Venturelli, il compito di dimostrare che questa cosa può funzionare anche dopo la proclamazione.

Stefano Bonacorsi



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Stefano Bonacorsi
Stefano Bonacorsi

Modenese nel senso di montanaro, laureato in giurisprudenza, imprenditore artigiano, corrispondente, blogger e, più raramente, performer. Di fede cristiana, mi piace dire che sono ..   Continua >>


 

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