Il Governo annuncia un aumento di 3,4 miliardi di euro del Fondo sanitario nazionale, che raggiungerà i 146,3 miliardi nel 2027. La cifra comprende però un miliardo già previsto dalla precedente legge di bilancio. L'incremento aggiuntivo introdotto con la nuova manovra è di 2 miliardi e 365 milioni nel 2027, 2 miliardi e 352 milioni nel 2028 e 2 miliardi e 399 milioni annui dal 2029.
Il dato più significativo emerge dalla destinazione delle risorse. Secondo l'analisi pubblicata da Quotidiano Sanità sul testo bollinato, soltanto 138 milioni nel 2027 sono indicati come risorse di libera disponibilità per le Regioni. La quota sale a 236 milioni nel 2028 e a 273 milioni nel 2029. La parte restante finanzia interventi già individuati dalla manovra, tra cui indennità del personale, tariffe ospedaliere, liste d'attesa, farmaci e dispositivi medici.
Un incremento del Fondo, quindi, non corrisponde automaticamente a un'analoga disponibilità di risorse per le aziende sanitarie e per i servizi regionali.
Il secondo elemento riguarda il rapporto tra finanziamento sanitario e prodotto interno lordo. La Corte dei conti, nell'analisi del quadro di finanza pubblica precedente alla nuova manovra, ha evidenziato una progressiva riduzione dell'incidenza del finanziamento del fabbisogno sanitario sul Pil: dal 6,01% previsto per il 2027 al 5,78% nel 2029, con una diminuzione di 0,23 punti percentuali.
Si tratta di previsioni a legislazione vigente, che non incorporano ancora gli effetti della legge di bilancio 2027. L'incremento di risorse previsto dal nuovo disegno di legge modifica quindi il quadro finanziario, ma per valutare l'incidenza effettiva della sanità sul Pil sarà necessario attendere le nuove previsioni aggiornate.
Un passaggio rilevante della manovra riguarda il rapporto con la sanità privata. L'articolo 74 del disegno di legge prevede dal 2027 un aumento di tre punti percentuali dei limiti di spesa per l'acquisto di prestazioni dagli erogatori privati accreditati.
La disposizione è collegata all'adeguamento delle tariffe e punta a evitare che l'applicazione dei nuovi importi determini una riduzione dei volumi di prestazioni acquistabili dalle Regioni. Non vengono stanziati 365 milioni aggiuntivi: la copertura è assicurata attraverso risorse già previste da precedenti provvedimenti, pari a 350 milioni annui dal 2026 per una componente e 183 milioni dal 2027 per l'altra. L'effetto concreto è comunque un ampliamento della capacità di spesa delle Regioni nei confronti delle strutture private accreditate. Una quota maggiore dell'attività sanitaria finanziata con risorse pubbliche potrà quindi essere acquistata da soggetti privati, nell'ambito degli accordi con il servizio sanitario regionale.
Il disegno di legge, ancora sottoposto all'esame del Parlamento, è stato già duramente criticato dal presidente della Regione Emilia Romagna Michele De Pascale. 'Dal Governo solo bonus, nessuna misura di lungo periodo. Tutte le Regioni e il ministro Schillaci avevano chiesto un maggiore finanziamento, ma non è stata coperta nemmeno l’inflazione' - ha detto il presidente.
Sul piano locale, in realtà questa tendenza nazionale a tagliare di fatto sulla sanità e
Il ragionamento è chiaro: sarà impopolare dirlo, ma se il Governo toglie la terra sotto ai piedi alle Regioni, occorre spendere meno per garantire un servizio minimo. Una resa - pur mascherata da maxi e vaghi investimenti (i 550 milioni su Baggiovara non si capisce da dove arrivino) - che rischia però di tramutarsi in un eccessivo realismo.
La domanda di fondo è questa: se la Regione Emilia Romagna, usando Modena come laboratorio, accetta supinamente che il Governo tagli sulla sanità e si adatta riducendo i servizi ai cittadini, non finisce forse per acconsentire implicitamente al piano ed esserne, passi il termine, complice? Se la culla della sanità pubblica si arrende ai tagli, allora chi resterà a baluardo di un sistema sanitario nazionale che ha fatto dell'Italia un modello per tutto l'Occidente? Se alle prossime Politiche il centrosinistra dovesse vincere le elezioni e mantenere la promessa di rialzare il rapporto Pil-spesa sanitaria al 7-7,5% del Pil, avvicinandola alla media europea, Modena e l'Emilia si ritroverebbe ad aver rinunciato a un ospedale d'eccellenza (il Policlinico è l'11esimo ospedale d'Italia) senza motivo. Non converrebbe almeno aspettare il voto nazionale prima di disegnare un Pal locale pronto a dismettere e tagliare servizi? Sempre che il Pd locale che sostiene le giunte Mezzetti e De Pascale non creda che le promesse sulla sanità della Schlein siano solo fuffa, un po' come quelle di Bonaccini sui punti nascita.
G.Leonelli


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