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Covid, nasce Unità di sorveglianza Covid per i medici di Modena

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L'obiettivo è salvaguardare la salute degli operatori e consentire loro di continuare a curare la popolazione


Covid, nasce Unità di sorveglianza Covid per i medici di Modena

“Speravamo che non accadesse, ma ci siamo preparati come se dovesse accadere”. Il pensiero va spesso ai pazienti, ma in prima linea ci sono sempre loro, gli stessi per la prima e la seconda ondata: i sanitari. Per salvaguardarne la salute e dunque consentire loro di proseguire nel delicato compito di curare la popolazione, l’Azienda Ospedaliero – Universitaria di Modena ha creato un’Unità Operativa di Sorveglianza ad hoc.

“Per farci trovare pronti ad affrontare la seconda ondata, a inizio settembre abbiamo reclutato e formato personale sanitario e amministrativo e da inizio ottobre abbiamo preparato team e strumentazione per le attività assistenza, di contact tracing e di testing. Abbiamo attivato Drive through, ambulatori, call center e indirizzi email dedicati esclusivamente al personale sanitario e di supporto. Il bacino a cui tutto questo è dedicato coinvolge oltre 5000 lavoratori distribuiti tra Policlinico di Modena e Ospedale Civile di Baggiovara”, spiega la Dr.

ssa Loretta Casolari, Responsabile del Sorveglianza Sanitaria e Promozione della salute dei lavoratori dell’AOU di Modena, specialista in Igiene e Sanità pubblica e medico competente in Medicina del Lavoro.


In meno di un mese sono state oltre 1.200 le telefonate al call center e circa 2.000 i contatti mail di operatori, oltre 200 dei quali sono risultati positivi. Di questi, 100 sono già rientrati al lavoro. Nello stesso periodo, sono state effettuate 600 visite per neoassunti e studenti, il tutto mentre proseguiva la normale attività di visite preventive e periodiche come quelle per il personale radioesposto, senza contare le oltre 2000 levaccinazioni antinfluenzali già eseguite.

I “dottori dei dottori” sono medici specialisti in Medicina del Lavoro, Igiene e Medicina Preventiva formati dai percorsi universitari dell’Università di Modena e Reggio Emilia e infermieri formati appositamente per le indagini epidemiologiche. Costoro sono impegnati da oltre due mesi a pieno ritmo, 7 giorni su 7, per eseguire le visite ai tantissimi neoassunti, per farli entrare in sicurezza nel mondo del lavoro sanitario, ma anche per seguire a domicilio i casi di positività di colleghi.

“In una parola – prosegue Casolari - ci prendiamo cura di chi cura. È erroneamente diffusa la percezione che i sanitari, quelli in prima linea e non solo, siano “inattaccabili”, ma questo virus ha abbattuto l’asimmetria che tipicamente si crea tra medici e pazienti, dal momento che i primi corrono lo stesso rischio di ammalarsi dei secondi, essendo anche più esposti”.

Com’è la fotografia della situazione al momento? Risponde Casolari: “I colleghi positivi a domicilio sono seguiti per gli aspetti sanitari, le certificazioni di assenza dal lavoro, aspetti logistici per l’esecuzione dei tamponi che eseguiamo in sicurezza all’esterno degli ospedali. Il contatto telefonico avviene quotidianamente per monitorare i sintomi, programmare l’esecuzione del tampone e reinserire al lavoro i colleghi appena le condizioni di salute lo consentiranno loro”.

Il coinvolgimento di un sanitario porta automaticamente con sé quello del proprio nucleo familiare. Accade spesso che questi debba quindi isolarsi dal resto della famiglia con tutte le difficoltà pratiche – ma anche emotive – che tale isolamento comporta. Si tratta in pratica delle medesime situazioni che stanno vivendo con fatica tanti cittadini modenesi.

“Per i colleghi che sono al lavoro, questa seconda ondata è molto diversa dalla prima, sia per il carico psicofisico che si portano dietro dalla prima, sia per come la popolazione sta reagendo con un atteggiamento più “distaccato” nei loro confronti”, specifica la responsabile. “Per quanto ci riguarda, abbiamo riorganizzato gli screening all’interno dei reparti e in ambulatorio per il personale che è in servizio, ma dobbiamo investire sempre di più sulla prevenzione per non rischiare di infettarci, perché il carico di lavoro è più impegnativo rispetto a qualche mese fa. L’attenzione deve rimanere altissima in particolare nei confronti dell’utilizzo dei dispositivi di protezione e dei protocolli igienicosanitari, sui quali gli operatori hanno fatto nel frattempo molto addestramento e formazione. Un tampone negativo non deve renderci definitivamente sicuri, perché quella è solo la “fotografia” di un momento”.

Ma quali sono le situazioni più a rischio? Risponde ancora Casolari: “Sono quelle in cui l’attenzione si abbassa: in famiglia e con i colleghi della routine quotidiana. Per i sanitari tutto questo si acutizza: il nostro luogo di lavoro coincide con reparti e contesti dove, per situazioni di emergenza, siamo chiamati ad intervenire tempestivamente sul paziente, senza sapere se positivo o meno al Covid. In tutti questi casi l’attenzione va mantenuta costantemente altissima, perché la pressione epidemiologica sta viaggiando alla massima velocità”.




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