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Medici e infermieri in fuga dalla sanità pubblica per lavorarci come esterni: fenomeno in aumento

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Una inchiesta del sindacato Nursing UP conferma ciò che guardando gli atti delle Ausl è già evidente. Molti si appoggiano a cooperative, altri aprono partita Iva


Medici e infermieri in fuga dalla sanità pubblica per lavorarci come esterni: fenomeno in aumento
'Le aziende sanitarie, per sopperire alla carenza di organico, invece di valorizzare le forze che hanno in casa, assumendo a tempo indeterminato ed aumentando gli stipendi, sono “costrette” a pagare un medico fino a 120 euro all’ora'. E' quanto emerge da una inchiesta condotta dal sindacato del personale sanitario Nursing Up a livello nazionale con un focus sull'Emilia-Romagna dove il fenomeno di medici ed infermieri che si dimettono per esercitare professione privata e in diversi casi nelle stesse strutture pubbliche in somministrazione e con stipendio maggiore, sembra particolarmente diffuso ed in costante aumento. Nei giorni scorsi La Pressa, riportando la notizia del rinnovo di un appalto trimestrale con una cooperativa di Bologna per la fornitura dei medici di emergenza ed urgenza negli ospedali della provincia di Modena, ha mostrato i costi della somministrazione di personale sanitario specializzato.
Costi, e quindi guadagni dai professionisti esterni, che sarebbero superiori a quelli che l'Ausl spenderebbe, e il professionista guadagnerebbe, con un rapporto diretto con il publico.

Un paradosso per Nursing Up che mostra quando sta accadendo, negli ultimi mesi, in territori come il Piemonte e l’Emilia Romagna. 
'Cominciamo dal Piemonte dove sembrano aumentare i casi di medici che si licenziano dal sistema pubblico e si appoggiano alle cooperative' - sottolinea il segreterio dell'organizzazione De Palma.
'Incredibile ma vero, di fronte alla mancanza di personale, un’azienda sanitaria come quella piemontese arriva a pagare un medico esterno, fino a 120 euro l’ora. A raccontarcelo sono i nostri referenti locali, che denunciano una situazione assolutamente incomprensibile'.

'In Emilia Romagna si verificano casi simili e riguardano gli infermieri, ma non sono legati alle cooperative, dove certo un professionista non può permettersi di farsi pagare 120 euro all’ora come un medico.

Cosa succede allora? Dopo 20 anni di servizio, ci raccontano i nostri coordinatori locali, forti di una solida esperienza sul campo, sempre più infermieri decidono di licenziarsi e di rinunciare a contratti a tempo indeterminato nella sanità pubblica, dove percepiscono magri stipendi che non fanno certo il paio con il mutato costo della vita. 
Chi se lo può permettere, decide allora di aprirsi partita iva. 
Volete sapere quanto arriva a guadagnare un infermiere libero professionista in Emilia Romagna, tolte le dovute tassazioni? 
Abbiamo fatto due conti e siamo arrivati alla conclusione che un infermiere con partita iva che lavora 5-6 giorni a settimana, può anche arrivare a 50mila euro all’anno netti.
Vi domandate se il mercato offre loro la possibilità di operare a regime libero professionale? 
Vi rispondiamo dicendo che, paradossalmente, sono le stesse aziende sanitarie, cioè quelle che non valorizzano gli infermieri che hanno dentro casa, a doversi necessariamente appoggiare a personale esterno, e quindi anche quelli che, una volta infermieri dipendenti come gli altri, decidono di licenziarsi ed intraprendere la libera professione, vista la carenza di personale che tocca la voragine di 80mila unità.
Vogliamo forse biasimare la loro scelta e condannare un medico di una cooperativa che si fa pagare 120 euro all’ora, beato lui, o denigrare la decisione di un infermiere che decide di aprirsi partita iva?
Insomma, pare evidente che, viste le proposte poco edificanti che la sanità pubblica continua a riservare agli infermieri, tra avvisi di assunzione sempre più deserti, e corsi di laurea per infermieri che nell'anno accademico 2022-2023 denunciano quasi il 10% di giovani candidati in meno rispetto all'anno precedente, la responsabilità non è certo di chi decide di “invertire la rotta”, ma di un sistema profondamente malato e distorto che consente tutto questo e continua a compiere l’infelice e triste scelta di non pagare adeguatamente i suoi dipendenti, spingendoli a licenziarsi, salvo poi essere costretto a richiamarli, questa volta come libero professionisti, pagandoli molto di più di quanto non gli desse precedentemente.
E’ davvero questo il modo di ricostruire il nostro sistema sanitario?', chiosa De Palma.'Le aziende sanitarie, per sopperire alla carenza di organico, invece di valorizzare le forze che hanno in casa, assumendo a tempo indeterminato ed aumentando gli stipendi, sono “costrette” a pagare un medico fino a 120 euro all’ora'. E' quanto emerge da una inchiesta condotta dal sindacato del personale sanitario Nursing Up a livello nazionale con un focus sull'Emilia-Romagna dove il fenomeno di medici ed infermieri che si dimettono per esercitare professione privata e in diversi casi nelle stesse strutture pubbliche in somministrazione e con stipendio maggiore, sembra particolarmente diffuso ed in costante aumento. Nei giorni scorsi La Pressa, riportando la notizia del rinnovo di un appalto trimestrale con una cooperativa di Bologna per la fornitura dei medici di emergenza ed urgenza negli ospedali della provincia di Modena, ha mostrato i costi della somministrazione di personale sanitario specializzato.
Costi, e quindi guadagni dai professionisti esterni, che sarebbero superiori a quelli che l'Ausl spenderebbe, e il professionista guadagnerebbe, con un rapporto diretto con il publico.

Un paradosso per Nursing Up che mostra quando sta accadendo, negli ultimi mesi, in territori come il Piemonte e l’Emilia Romagna. 
'Cominciamo dal Piemonte dove sembrano aumentare i casi di medici che si licenziano dal sistema pubblico e si appoggiano alle cooperative' - sottolinea il segreterio dell'organizzazione De Palma.
'Incredibile ma vero, di fronte alla mancanza di personale, un’azienda sanitaria come quella piemontese arriva a pagare un medico esterno, fino a 120 euro l’ora. A raccontarcelo sono i nostri referenti locali, che denunciano una situazione assolutamente incomprensibile'.

'In Emilia Romagna si verificano casi simili e riguardano gli infermieri, ma non sono legati alle cooperative, dove certo un professionista non può permettersi di farsi pagare 120 euro all’ora come un medico.

Cosa succede allora? Dopo 20 anni di servizio, ci raccontano i nostri coordinatori locali, forti di una solida esperienza sul campo, sempre più infermieri decidono di licenziarsi e di rinunciare a contratti a tempo indeterminato nella sanità pubblica, dove percepiscono magri stipendi che non fanno certo il paio con il mutato costo della vita. 
Chi se lo può permettere, decide allora di aprirsi partita iva. 
Volete sapere quanto arriva a guadagnare un infermiere libero professionista in Emilia Romagna, tolte le dovute tassazioni? 
Abbiamo fatto due conti e siamo arrivati alla conclusione che un infermiere con partita iva che lavora 5-6 giorni a settimana, può anche arrivare a 50mila euro all’anno netti.
Vi domandate se il mercato offre loro la possibilità di operare a regime libero professionale? 
Vi rispondiamo dicendo che, paradossalmente, sono le stesse aziende sanitarie, cioè quelle che non valorizzano gli infermieri che hanno dentro casa, a doversi necessariamente appoggiare a personale esterno, e quindi anche quelli che, una volta infermieri dipendenti come gli altri, decidono di licenziarsi ed intraprendere la libera professione, vista la carenza di personale che tocca la voragine di 80mila unità.
Vogliamo forse biasimare la loro scelta e condannare un medico di una cooperativa che si fa pagare 120 euro all’ora, beato lui, o denigrare la decisione di un infermiere che decide di aprirsi partita iva?
Insomma, pare evidente che, viste le proposte poco edificanti che la sanità pubblica continua a riservare agli infermieri, tra avvisi di assunzione sempre più deserti, e corsi di laurea per infermieri che nell'anno accademico 2022-2023 denunciano quasi il 10% di giovani candidati in meno rispetto all'anno precedente, la responsabilità non è certo di chi decide di “invertire la rotta”, ma di un sistema profondamente malato e distorto che consente tutto questo e continua a compiere l’infelice e triste scelta di non pagare adeguatamente i suoi dipendenti, spingendoli a licenziarsi, salvo poi essere costretto a richiamarli, questa volta come libero professionisti, pagandoli molto di più di quanto non gli desse precedentemente.
E’ davvero questo il modo di ricostruire il nostro sistema sanitario?', chiosa De Palma.



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