Non ci sono chiari i motivi del pranzo 'carbonaro' di Riccardo Righi, Letizia Budri e Michele Goldoni a Concordia: a ragionare da soli dei destini della partecipata della Bassa, proprio nei giorni in cui veniva celebrata la ritrovata unità dei Comuni nel nuovo patto di sindacato e nel direttivo ristretto. Alla faccia del ristretto.
Ma il dibattito su Aimag è diventato stucchevole. Da mesi non è più una discussione su piani industriali, investimenti e tariffe. È diventata un referendum su Paola Ruggiero sì o no.
In Aimag però non esiste il diritto naturale alla riconferma. Dopo le presidenze lunghe di Massimo Michelini e Mirco Arletti, è diventata prassi un mandato di quattro anni. Lo hanno fatto Monica Borghi e Gianluca Verasani. Ora toccherebbe alla Ruggiero lasciare il posto: i nuovi sindaci arrivano, si assumono responsabilità nuove e hanno diritto di scegliere persone di loro diretta fiducia.
Tecnicamente, poi, la Ruggiero può essere paradossalmente messa in crisi proprio dai buoni numeri della sua gestione.
Quando la partita Aimag-Hera è iniziata, dopo le elezioni del 2024, ai sindaci è stata infatti rappresentata una situazione molto complicata: Aimag doveva rafforzarsi, trovare un partner più grande, reggere la concorrenza, mettersi in sicurezza, pena il baratro.
Mesi di commissioni, consulenti, pareri legali, consigli. Poi è arrivata la Corte dei Conti che ha bocciato tutto.Nell'operazione, Aimag era stata valorizzata circa 190 milioni di euro di equity value. Secondo le ricostruzioni, s’è partiti da un valore di impresa di circa sette volte l’Ebitda, al quale è stata tolta la posizione finanziaria netta. Con la PFN attorno ai 210 milioni, il valore d’impresa era circa 400 milioni. Diviso sette, porta a un Ebitda in linea con i 54 milioni effettivi.
Oggi la Ruggiero ha presentato un bilancio da 84 milioni di Ebitda e 149 milioni di PFN. Usando gli stessi criteri di valutazione fanno 588 milioni di valore d’impresa e circa 440 milioni di equity value. Morale: Aimag oggi varrebbe ben più del doppio, in un solo anno. Ma non sarebbe dovuta essere un’azienda da mettere in salvo urgentemente? Ok, la finanza non è la matematica: ci possono essere mille condizioni al contorno. Però il divario è troppo grande per essere liquidato come un mero dettaglio tecnico.
Con quella operazione, Hera avrebbe fatto il suo mestiere: salire al controllo di una società territoriale forte a una valorizzazione molto favorevole.
Tornando poi alle nomine: ma chi ha strutturato e proposto l’operazione, con questi presupposti, merita davvero tutto lo sforzo che sta facendo Riccardo Righi, in ogni sede della provincia, per favorirne il rinnovo?
Eli Gold



