Perché, per un’operazione come questa, serve quel mix di spregiudicatezza politica, incoscienza giovanile, fiducia fino alla sopravvalutazione di sé e assenza di legami di partito e di ideologie che Bellelli non ha proprio per niente. Ma che Righi incarna alla perfezione. Infatti l’operazione, dal punto di vista tecnico, presta il fianco a troppe critiche, reali e potenziali, quasi insormontabili: fra Antitrust, Consiglio di Stato, Corte dei Conti, Atersir. E nessun politico di buon senso avrebbe mai voluto affrontare un arzigogolo così complesso, quando – volendo proprio cedere il controllo al privato – sarebbe bastato fare una gara, come nel 2009.
Ma soprattutto c’è l’aspetto politico. Bellelli ha sì aperto la via nel 2023, votandosi il “proprio” presidente Paola Ruggiero e il “proprio” CdA, spaccando il patto di sindacato e concedendo a Hera la nomina del direttore. Con 11 sindaci della bassa che hanno fatto ricorso al Tar contro le sue scelte. Ma il capolavoro politico l’ha fatto Righi. Che a differenza di Bellelli ha ricucito con i comuni riottosi, quasi tutti di centrodestra. Creando con il sindaco di Mirandola, Letizia Budri della Lega, un rapporto quasi simbiotico. E assicurandosi, attraverso l’instancabile lavoro di Antonio Platis di Forza Italia, l’appoggio di tutto il centrodestra della provincia - quel centrodestra che ha sempre visto Hera come la kryptonite, ma oggi sarà arrivata qualche promessa.
Ma nel mentre c’è stata la rottura definitiva con tutto il PD della bassa, con gli ex sindaci, ex politici, ex dirigenti di Aimag. E anche con Avs, che è arrivata addirittura a decidere di astenersi – previa conferma scritta con rogito notarile e bolla papale che i posti nelle giunte saranno preservati.
Forse la sfida lanciata nel 2024 con la candidatura di Mezzetti e Righi non era battere le destre: ma mandare a casa tutti i parrucconi del PD. Righi con le destre ci si è pure alleato: magari così nel 2029 batterà Giuliano Albarani grazie ai “forzisti per Righi”.
Magath


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