Partiamo dall'aspetto legale. Il referente modenese della Cgil ha rivendicato l'azione sapendo di commettere un reato, ma ha orgogliosamente giustificato il gesto, gridando a norme 'fasciste'. Il fatto è che fascista o no, da giugno di quest'anno il Decreto sicurezza prevede fino a due anni di reclusione per chi - in modo collettivo - blocca il traffico stradale, anche in modo pacifico.
Questa norma, che ha inasprito il Decreto Salvini del 2018 che prevedeva multe salate ma senza conseguenze penali, è stata duramente contestata soprattutto dal mondo dell'autotrasporto che in passato ha fatto del 'Fermo' la principale arma per rivendicare i diritti calpestati della categoria. In pochi si sono uniti a suo tempo alla sacrosanta protesta degli autotrasportatori ai quali è stato tolto un mezzo importante di rivendicazione, per questo oggi sentire la Cgil parlare di norma 'fascista' è poco credibile. In ogni caso, se ancora nel nostro Paese valgono le leggi, bisogna aspettarsi che chi stamattina ha invaso la tangenziale ne paghi le dovute conseguenze.
Accanto a questo tema c'è l'aspetto di merito. E' credibile ipotizzare che il bloccare la viabilità di una città, creare disagi immensi nei cittadini che non possono raggiungere servizi essenziali, possa contribuire a salvare vite in Palestina? Davvero il grido 'Palestina libera' dei leader Cgil è finalizzato ad accendere i riflettori su Gaza o piuttosto ha come motivazione una visibilità politica personale e una (legittima, sia chiaro) critica al Governo Meloni? Certamente buona parte delle migliaia di persone scese in piazza a Modena e l'oltre milione di persone che ha manifestato in Italia, sono animate da genuini sentimenti di solidarietà, ma l'impressione è che la distanza tra le buone intenzioni e gli effetti pratici dell'azione sia incolmabile.
Cinzia Franchini

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