Perché il giorno e l'evento del cosiddetto 'orgoglio omosessuale' che domani avrà Modena come teatro, non può diventare una occasione, soprattutto per le personalità di spicco nei loro ambiti (dal pubblico al privato) che vi parteciperanno, per dichiarare la propria omosessualità? Perché, se davvero esiste ancora un pregiudizio così forte nella nostra società, come gli organizzatori sostengono, non lo si prende per le corna, quel pregiudizio, urlando davvero al mondo ciò che si è? Dimostrando che prima dell'orientamento sessuale, c'è la persona. Nella sua totalità e nella sua unicità? Il cui rispetto è preliminare e fondante anche del rispetto sessuale? Non si tratta di provocazione, ma di una semplice domanda. Quale occasione migliore per gettare, anziché indossare, piume e maschere e mostrare ed affermare, che l'essere gay o etero nulla toglie e nulla aggiunge al valore fondamentale della persona, a ciò che si è? Nel proprio lavoro, nel proprio mondo, nelle proprie responsabilità e nel proprio ruolo nella società. In quello del vicino di casa, di chi si è votato, di chi già si conosce e si vedrà sfilare o defilare e che per primo, partecipando o non partecipando a quella manifestazione, vorrebbe comunque, forse, mandarci un messaggio, farsi conoscere
un po di più di ciò che nelle convenzioni e nel sottile pregiudizio quotidiano gli (o le è) possibile fare.Dall'operaio, al sindaco, dall'assessore al primario, dalla ministra alla maestra.
Perché, domani, non rendere Modena il teatro di un corale coming out? In onore della propria persona, ancora prima del proprio orientamento sessuale? Una domanda, semplice, che non vuole essere nemmeno sul valore e sul significato e sull'opportunità stesso del fare coming-out (inglesismo da salotto capace di generare solo pallosi dibattiti con protagonisti i personaggi dello spettacolo da Mamhoud a Marco Carta), ma vuole essere un sincero, modesto e rispettoso invito alle tante persone omosessuali che già magari conosciamo per i loro ruoli istituzionali, pubblici e privati e che domani saranno in piazza, a farlo. Perché troppo spesso capita di interrogarsi, senza avere risposta, sul perché molte persone e molti personaggi non lo fanno. Alimentando il dubbio che il pregiudizio sia uno strumento che in fondo può fare comodo proprio a chi lo contesta e ne fa una battaglia. Perché spesso il pregiudizio offre il pretesto per non svelarsi e per alimentare negli altri, quello stesso pregiudizio che si vorrebbe combattare.
E non per la soddisfazione di chi avrà svelato un segreto o fugato un dubbio, ma per prendere davvero il toro del pregiudizio per le corna. Per dare un pizzico di forza in più, dalla propria posizione, a chi ancora non ce la fa a rinunciare a rimanere nell'ombra. A chi ancora, ogni giorno, si sente obbligato, dalle circostanze, dalle convenzioni, dal pregiudizio latente, a nascondere una parte di sé, della propria vita, che a volte combacia con quella del proprio partner (che è una cosa bruttissima anche se spesso, per tanti inevitabile). Per mostrarsi in tutta la propria persona, in tutto il proprio essere, nel quale il proprio essere gay o etero, perde importanza. Vivendo ed esprimendo, con coerenza, il dichiarato spirito del gay pride, se quello veramente è. Facendo che questo non rimanga slogan ed ostentazione. Ma mettendosi a nudo, senza piume e senza trucco, dichiarandosi, semplicemente. Senza ostentare superiorità intellettuali, modelli individuali e tantomeno collettivi, facendosi attori non di una sceneggiata ma della bellezza dell'essere, nelle sue molteplici forme (che davanti a Dio sono tutte belle), e del rispetto (fortunamente sancito dalla nostra straordinaria costituzione), della libertà individuale, e di chi, senza ostentazione e bisogno di salire su un carro vive liberamente la propria sessualità.
Gianni Galeotti

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