Gentile direttore,
Scrivo per esprimere il mio sconcerto di fronte alle recenti dichiarazioni del sindaco di Modena, che ha parlato impropriamente di “odio” riferendosi al comitato Remigrazione, legittimamente costituitosi per porre l’attenzione su un fenomeno – quello dell’immigrazione incontrollata – che da anni produce ricadute sociali, economiche e di sicurezza che solo un ipovedente non vedrebbe.
Colpisce come, in questo caso, il dissenso venga liquidato con etichette morali pesanti, mentre lo stesso rigore non venga applicato in altre situazioni. Mi riferisco, ad esempio, alla tolleranza verso manifesti e messaggi che attaccano esplicitamente la vita nascente, spesso affissi in spazi pubblici senza particolari interventi, mentre iniziative di segno opposto vengono rimosse o stigmatizzate. È legittimo chiedersi dove finisca la difesa dei valori e dove inizi l’arbitrarietà.
Questo modo di procedere, fatto di giudizi unilaterali e di selettiva indignazione, rischia di scivolare in una forma di autoritarismo culturale poco consona a una città che si vanta di pluralismo e dialogo.
A ciò si aggiunge una gestione simbolica della città che appare sempre più distante dalla sua identità religiosa e quindi culturale. Il Natale, ridotto a un allestimento anonimo e privo di significato, sembra l’emblema di una rinuncia consapevole alle radici plurisecolari di Modena, mentre si mostra una preoccupante indulgenza verso la banalità e il disordine.
Un sindaco dovrebbe rappresentare tutti i cittadini, anche quelli che non condividono la sua visione ideologica. Oggi, invece, molti modenesi faticano a riconoscersi in una città che pare aver smarrito il senso della propria storia e della propria comunità.
Una cittadina modenese, che in questo periodo preferirebbe non esserlo
Marianna Iapaolo


