Fino alla fine di febbraio c'era chi sosteneva che la diagnosi di Covid-19 dovesse essere fatta in ospedale. Nei Paesi e nelle Regioni in cui l'epidemia è stata contenuta o bloccata la diagnosi attraverso i tamponi è stata fatta sul territorio e i pazienti risultati positivi, ma non gravi, sono stati isolati e trattenuti nel proprio domicilio o in apposite strutture.
Se qualcuno si presentava all'ospedale la diagnosi veniva fatta al di fuori dell'ospedale stesso, in apposite strutture di pre-triage.
A tutt'oggi la situazione in Italia è questa: la popolazione è segregata in casa (tranne per i lavori essenziali); a chi ha sintomi influenzali o è stato a contatto con un paziente Covid-19 non viene effettuato il tampone a domicilio. Quindi, alla fine, per avere una diagnosi certa bisogna gioco forza rivolgersi all'ospedale; la diagnosi viene fatta all'interno dello stesso che spesso non ha una struttura esterna di pre-triage.
Così facendo l'ospedale rischia di collassare. Unica strada percorribile è quella di fare il tampone a domicilio ai sintomatici e a tutti quelli che sono stati a contatto con il paziente risultato positivo (molte persone devono lavorare all'esterno e poi tornare in famiglia). Tutti coloro che risultano positivi dovrebbero essere isolati a domicilio o in strutture adibite ad accoglienza (palestre, scuole, ecc...) e lì confinati fino alla guarigione (i casi gravi ovviamente vanno portati in ospedale).
Daniele Giovanardi - ex primario del Pronto Soccorso di Modena
'Covid, l'anomalia italiana: i tamponi non vengono fatti a casa'
L'ex primario del Ps di Modena attacca: 'Oggi per avere una diagnosi certa bisogna gioco forza rivolgersi all'ospedale: cosìil sistema collassa'
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