Gentile direttore,
mentre a Modena si celebra il modello sanitario e si progettano nuove integrazioni, dal congresso della Società Italiana di Chirurgia arriva un allarme che meriterebbe almeno la stessa attenzione delle apparizioni televisive.
Ludovico Docimo, presidente della SIC, avverte che molte aree italiane rischiano di restare senza chirurghi nei prossimi cinque anni. Secondo i dati che presenta, nel 2026 sono rimasti scoperti 193 contratti di specializzazione in chirurgia generale su 646: quasi il 30%. Per il 2030 prospetta circa 2.800 uscite dagli ospedali contro meno di 1.300 nuovi specialisti, con un saldo negativo di circa 1.500 chirurghi.
Sono proiezioni nazionali, non un censimento degli organici modenesi. Ma per chi sta ridisegnando la nostra rete chirurgica dovrebbero essere il punto di partenza.
Direttore Altini, quanti chirurghi avremo a Modena fra cinque anni? Quanti andranno in pensione, quanti stiamo assumendo e quanti riusciamo a trattenere? Come verranno garantite le guardie, le urgenze e le sedute operatorie nei diversi ospedali?
Perché prima di discutere dove distribuire l’attività bisognerebbe sapere chi sarà disponibile a svolgerla. La collaborazione tra Sassuolo e Scandiano può avere ragioni valide. Anche concentrare alcune attività può migliorare qualità e sicurezza. Ma un progetto credibile deve indicare il fabbisogno di personale, la disponibilità anestesiologica, le ore di sala operatoria, i posti letto e la capacità di gestire le complicanze.
Deve spiegare quali risultati si attendono e con quali risorse si pensa di ottenerli.La geografia delle prestazioni si modifica con un atto amministrativo. La disponibilità dei chirurghi richiede assunzioni, formazione e condizioni di lavoro capaci di convincerli a restare.
È esattamente il terreno sul quale si muoveva la prima lettera dei sei direttori delle chirurgie modenesi: coordinamento tra progetti, distribuzione delle attività, guardie, anestesisti, personale e posti letto. Questioni poste da professionisti già impegnati nella riorganizzazione provinciale e preoccupati dall’introduzione di ulteriori variabili.
La seconda lettera ha respinto l’idea di una frattura con le direzioni. Bene, il dialogo continui. Ma nel testo pubblicato non si trovano le risposte ai quesiti organizzativi della prima. Quelle domande conservano il loro valore anche in un clima di perfetta concordia istituzionale.
Il problema è che un chirurgo non può essere contemporaneamente in sala operatoria, in pronto soccorso, in reparto e su un’altra sede. E quando manca qualcuno, spesso si cerca di compensare chiedendo altro a chi è rimasto. È una soluzione che può reggere un’emergenza.
Docimo richiama turni pesanti, riconoscimento economico insufficiente, contenzioso e difficoltà di accesso all’innovazione, compresa la robotica, tra le ragioni che allontanano i giovani dalla chirurgia. Il messaggio riguarda anche la capacità degli ospedali di offrire un futuro professionale: tutoraggio, attività operatoria adeguata, crescita e continuità della formazione.
Se vogliamo giovani chirurghi preparati, dobbiamo dare loro il tempo e le occasioni per diventarlo. Se vogliamo trattenere quelli esperti, dobbiamo permettere loro di lavorare e insegnare senza trasformare ogni giornata nella copertura di una falla.
L’appropriatezza prescrittiva è necessaria. Evitare una visita inutile libera risorse. Ma quando un intervento è indicato, servono un’équipe, una sala e un’organizzazione che lo renda possibile. Una prescrizione in meno non colma automaticamente una carenza di organico.
L’allarme nazionale dovrebbe dunque tradursi in un piano locale verificabile: organici attuali, uscite previste, reclutamento, copertura delle urgenze, capacità operatoria e formazione. È su questo che sarebbe utile ascoltare le direzioni, insieme ai professionisti che dovranno sostenere le scelte.
Din don, direttore Altini. Dal congresso dei chirurghi arriva una notizia poco adatta alle celebrazioni: rischiamo di avere meno persone per fare un lavoro di cui ci sarà sempre più bisogno. Il prossimo modello ci spieghi come farle restare.
Lettera firmata


