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Fondazioni bancarie: la vera partita è la gestione dei patrimoni

Fondazioni bancarie: la vera partita è la gestione dei patrimoni

La solidità di una fondazione non si misura solo da quanto riesce a distribuire ogni anno, ma soprattutto da come riesce a proteggere nel tempo il patrimonio


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Nel dibattito pubblico che negli ultimi mesi ha coinvolto una importante istituzione filantropica del nostro territorio si è parlato molto di controlli, procedure interne e responsabilità legate a vicende che hanno riguardato la gestione amministrativa dell’ente.
Si tratta naturalmente di questioni rilevanti. Le fondazioni di origine bancaria, infatti, amministrano patrimoni nati dal sistema del credito e destinati a sostenere iniziative di interesse pubblico: cultura, welfare, scuola, ricerca, sviluppo del territorio. È quindi inevitabile che l’attenzione dell’opinione pubblica sia alta.

 

Eppure, accanto a questi temi, ce n’è un altro che raramente entra nel dibattito ma che riguarda il cuore stesso dell’attività di una fondazione: la gestione del patrimonio finanziario.
In molte realtà il patrimonio di queste istituzioni ha ormai dimensioni molto rilevanti, spesso nell’ordine di centinaia di milioni di euro, talvolta vicino al miliardo. Si tratta di risorse che non devono solo essere conservate, ma anche gestite in modo da produrre rendimenti sufficienti a finanziare, anno dopo anno, le attività filantropiche sul territorio.
Proprio per questo motivo le scelte di investimento assumono un’importanza strategica.

 

Negli ultimi quindici anni molti investitori istituzionali – tra cui fondazioni, fondi pensione e grandi patrimoni privati – hanno progressivamente aumentato l’esposizione verso strumenti finanziari non quotati, come fondi di private equity
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e private credit.
Le ragioni sono note: la prospettiva di rendimenti più elevati rispetto ai mercati tradizionali, una volatilità apparentemente più contenuta e la possibilità di accedere a opportunità di investimento non disponibili sui mercati pubblici.

 

Questa apparente stabilità dipende però anche da un elemento tecnico spesso poco compreso nel dibattito pubblico. Gli investimenti nei cosiddetti “private markets”, infatti, non hanno un prezzo di mercato osservabile quotidianamente e le loro valutazioni vengono aggiornate solo periodicamente sulla base di modelli e stime. Le regole contabili, inoltre, non impongono un adeguamento continuo ai valori di mercato – che per loro natura sono difficili da determinare in assenza di un mercato liquido di riferimento – con il risultato che la volatilità dei portafogli appare spesso più contenuta rispetto a quella dei mercati quotati.
Accanto a questi vantaggi esiste però anche un elemento meno visibile ma molto importante: l’illiquidità.

 

Gli investimenti in questi strumenti hanno spesso orizzonti temporali lunghi, anche di otto o dieci anni, e i rimborsi dipendono dalla vendita degli asset sottostanti o dalla chiusura dei fondi. Quando il ciclo economico rallenta o i mercati diventano meno favorevoli, le uscite possono richiedere molto più tempo del previsto e, talvolta, risultare impossibili se non a costo di perdite significative.
Negli ultimi mesi alcune notizie provenienti dai mercati internazionali stanno riportando l’attenzione proprio su questi aspetti.
Episodi di svalutazioni improvvise di prestiti privati o di difficoltà in alcuni segmenti del credito non bancario stanno spingendo analisti e osservatori a interrogarsi sulla trasparenza delle valutazioni e sulla reale liquidabilità di alcuni investimenti. Parliamo, per citare alcuni dei casi più recenti, di grandi operatori globali della finanza come BlackRock, Blackstone o Apollo Global Management.

 

Non significa necessariamente che ci si trovi di fronte a un problema sistemico. Tuttavia è bene ricordare che le asset class illiquide, per loro natura, possono presentare rischi che emergono soprattutto nelle fasi più difficili del ciclo economico.
Per enti come le fondazioni di origine bancaria questo tema è particolarmente delicato. A differenza di altri investitori, la loro missione non è massimizzare il rendimento nel breve periodo, ma preservare il patrimonio nel lungo termine e garantire flussi di reddito stabili per sostenere il territorio.

 

Esiste inoltre un elemento strutturale che caratterizza spesso la governance di queste istituzioni. Gli enti locali che esprimono o indicano una parte significativa degli organi di indirizzo e di controllo tendono comprensibilmente a concentrare l’attenzione soprattutto sulla destinazione delle risorse erogate ogni anno – e quindi sui progetti finanziati nel campo culturale, sociale o educativo – mentre il tema della gestione e della conservazione del patrimonio riceve talvolta un’attenzione minore nel dibattito pubblico.
Eppure è proprio da quella gestione che dipende, nel lungo periodo, la possibilità stessa di continuare a sostenere il territorio.

 

Per questo motivo la composizione del portafoglio – il peso degli investimenti liquidi rispetto a quelli illiquidi, il grado di diversificazione, la prudenza delle scelte – dovrebbe forse essere oggetto di maggiore attenzione nel dibattito pubblico.

 

Oggi, mentre la discussione si concentra soprattutto su vicende interne e responsabilità amministrative, potrebbe essere utile allargare lo sguardo anche a queste scelte strategiche, che riguardano patrimoni molto consistenti e quindi, indirettamente, il futuro delle erogazioni a favore della comunità.
Perché la solidità di una fondazione non si misura solo da quanto riesce a distribuire ogni anno, ma soprattutto da come riesce a proteggere nel tempo il patrimonio che le è stato affidato. Ed è su questo terreno che, prima o poi, ogni istituzione è chiamata a dimostrare la qualità delle proprie scelte.
Paolo Lodi
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