«A tutti coloro che hanno davvero combattuto e ancora combattono valorosamente contro mafia e terrorismo, a spregio di cialtroni e parolai che sfruttano i sacrifici di quegli uomini per conquistare potere e ricchezza personali». Con questa frase inizia il libro di Mario Mori, il generale dei carabinieri che dopo le stragi del ‘92 in cui persero la vita i giudici Falcone e Borsellino comandò il Ros e guidò quel famoso capitano «Ultimo» che il 15 gennaio del 1993 catturò Salvatore Riina. Oggi, 24 anni dopo, anche Modena (Carpi, più che Modena, dove alle 11 si terrà una celebrazione in centro) si ferma per ricordare l’omicidio di Paolo Borsellino. Se la parola ‘eroe’ ha un senso, senza retorica è sacrosanto applicarla alla figura di Borsellino. Da tanti, anche oggi, anche dai presunti e osannati paladini dell’antimafia, usata e strumentalizzata. Nei suoi discorsi pubblici dopo la morte di Falcone, nelle interviste, la consapevolezza di essere bersaglio. Di essere «cadavere che cammina». Una consapevolezza che non gli impediva di sognare quel «profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale».
E c’è un episodio in quei 57 giorni tra la strage di Capaci e quella di via d’Amelio che merita di essere ricordato.
Un brindisi che, con umiltà, ognuno nel proprio campo, ognuno con le proprie derive e i propri fantasmi potrebbe avere il coraggio di fare proprio.


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