Ma le vittorie in queste scaramucce non sono per niente determinanti, se non per capire chi perderà male e chi peggio. E il destino politico di Letta è comunque segnato: perché ha dimostrato di non avere il polso della situazione: ha sbagliato la valutazione su Calenda, al quale aveva affidato – quasi sotto ipnosi – le chiavi della coalizione e il suo cuore; ha sbagliato a credere di avere il controllo dell’alleato dopo il contratto siglato in pompa magna; ma soprattutto ha sbagliato fin dall’inizio a voler giocare una partita persa in partenza, con il suo veto personale ai 5 stelle.
Il partitone inizia a mugugnare. Lo stesso Bonaccini – normalmente molto attento a rispettare gli ordini di scuderia - ha espresso pubblicamente i suoi distinguo. Dapprima sull’agenda Draghi, a fine luglio: 'Importante partire da lì, ma va aggiornata e migliorata, perché in quella maggioranza di governo c’era anche la Lega. Serve quindi più attenzione alla questione sociale e a chi fa fatica ad arrivare a fine mese'. E poi sottolineando la sua abilità nel fare squadra e portare a casa i risultati con maggioranze eterogenee, discutendo e decidendo: “Coinvolgendo le comunità, trovando la sintesi tra forze politiche, coinvolgendo e responsabilizzando le parti sociali. L'esatto opposto di militarizzare e pensare di poter far da soli.”
Sul suo editoriale di oggi Travaglio auspicava un cambio al comando del PD: l’epurazione di Letta e il rientro di Bersani, che farebbe subito l’accordo con i 5 Stelle e vincerebbe le elezioni. C’è andato vicino: ma il cavallo giusto per ribaltare un risultato altrimenti già scritto è Bonaccini.
Magath
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