Peccato che la dialettica, per quanto ottima, non sostituisca i medici che mancano, non alleggerisca il lavoro degli infermieri e soprattutto non accorci le liste d'attesa.
Basta guardare cosa sta accadendo all'Urologia modenese.
Secondo quanto confermato a La Pressa, gli urologi effettivamente in servizio sarebbero oggi appena cinque. Una decina d'anni fa sarebbero stati quindici. Due terzi dell'organico persi in dieci anni.
Eppure sul sito ufficiale dell'Azienda Ospedaliero-Universitaria figurano ancora dieci medici. Qual è il numero reale? Perché questa discrepanza?
Nel frattempo, come confermato anche dalle denunce sindacali, i carichi di lavoro sarebbero diventati sempre più pesanti, anche per il personale infermieristico, mentre l'attività sarebbe stata progressivamente ridimensionata, concentrando le risorse disponibili soprattutto sulla chirurgia.
E le liste d'attesa? Per alcune prestazioni programmate, escluse quelle oncologiche e di maggiore urgenza, sono ben superiori all’anno. Alla guida della struttura figura la dottoressa Stefania Ferretti, direttrice facente funzioni. Una professionista di esperienza alla quale spetta il difficile compito di gestire una situazione che solleva interrogativi sempre più pressanti. Ma da quanto tempo manca un direttore titolare? E perché?
C'è poi la questione delle soluzioni organizzative per abbattere le liste d'attesa, tra cui la possibilità di distribuire l'attività chirurgica su più ospedali.
‘Perché un chirurgo non è un tecnico itinerante da spostare a piacimento e una sala operatoria non è una stanza nella quale basta entrare per cominciare a operare. È una squadra fatta di anestesisti, infermieri, strumentisti, apparecchiature, procedure condivise e competenze che devono lavorare in perfetta sintonia’ - fanno notare tra i corridoi delle strutture ospedaliere. Distribuire l'attività su più sedi può funzionare, certamente. Ma servono personale, organizzazione e condizioni di lavoro sostenibili. Non basta chiedere ulteriori sacrifici a professionisti già sottoposti a pressioni enormi. Il rischio, altrimenti, è di accelerare proprio quella perdita di competenze che la sanità pubblica non può permettersi.
E ancora, cosa stanno facendo le aziende sanitarie modenesi per trattenere i chirurghi più preparati?
E chi rimane? Deve lavorare ancora di più, con organici sempre più ridotti e responsabilità sempre maggiori. Un circolo vizioso che nessuna «ottima dialettica» può interrompere. Sicuramente i chirurghi non si trattengono con i comunicati stampa: servono condizioni di lavoro sostenibili, prospettive professionali e retribuzioni capaci di riconoscerne le competenze.
E a proposito dei sei primari, emerge un'ultima domanda: il Giuramento di Ippocrate contempla anche la possibilità di cambiare idea nel giro di una settimana? Naturalmente cambiare opinione è un diritto. Ma il Giuramento professionale dei medici richiama espressamente l'autonomia di giudizio e il dovere di contrastare ogni indebito condizionamento. Allora sarebbe interessante capire che cosa abbia determinato una retromarcia tanto rapida. Quali problemi sono stati risolti? Quali garanzie sono state ottenute? Che cosa è cambiato, concretamente, tra la denuncia delle criticità e l'improvvisa celebrazione del dialogo?
Perché mentre ai vertici si celebra l’ottima dialettica, nei reparti si lavora con risorse sempre più limitate e fuori dagli ospedali ci sono cittadini che aspettano di essere curati.
Beatrice Lazzari
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