Il sindaco di Modena Massimo Mezzetti è intervenuto oggi in Consiglio Comunale sull'incontro con quasi duecento bambini delle scuole primarie, avvenuto il 3 giugno alla presenza del giornalista palestinese di Al Jazeera Wael Dahdouh, e del suo accompagnatore Sulaiman Hijazi, indagato nell’inchiesta genovese per presunto sostegno a Hamas. Ecco il suo intervento integrale.
Ritengo doveroso aprire questa seduta del Consiglio Comunale con alcune comunicazioni rispetto alla vicenda di cui avete avuto notizia nella giornata di sabato a partire da un articolo della testata “Il Giornale” cui ho voluto rispondere con celerità per circostanziare i fatti raccontati e, in particolare, per rispetto della verità e del mio ruolo.
Come ho già avuto modo di spiegare, l'incontro di cui si è ampiamente parlato in queste ore è avvenuto al Laboratorio Aperto di viale Buon Pastore al termine di un progetto che si è svolto in alcune scuole elementari di Modena promosso da insegnanti del “Movimento Cooperazione Educativa”. Nello scorso inverno ho infatti ricevuto tante lettere e disegni da parte di bambini e bambine di diverse classi di scuole elementari con riflessioni sulla guerra e sulla necessità della pace nel mondo.
Dato che ho personalmente risposto a queste lettere ho svolto in queste settimane diversi incontri di restituzione,da me proposti e accolti dalle insegnanti per essere direttamente faccia a faccia con i bambini che hanno partecipato a questo percorso.Non si è tenuto solo l'incontro di mercoledì 3 giugno. Ad esempio, esattamente una settimana prima ho incontrato altre due classi proprio qui in Comune perché non era stato possibile trovare una data valida per tutti. Mai in questi incontri, e tutti i presenti lo possono testimoniare, non sono stati affrontati temi di natura politica ma sempre di natura valoriale (la pace e la guerra in generale, il valore del rispetto, del dialogo, dell’ascolto, della gentilezza) quando non legati alla vita quotidiana dei bambini e delle bambine (la richiesta di più parchi giochi, di più verde nelle scuole, di inquinamento dell'aria, di maggiore sicurezza in città….).
Nell'incontro di mercoledì 3 giugno, appunto, per circa un'ora ho ascoltato e dialogato con i bambini e le bambine che mi hanno incalzato proprio su questa varietà di temi.
Non avendo avuto il tempo di esaurire le risposte, prima di andare via, ho dato alle insegnanti la disponibilità a un nuovo incontro nel nuovo anno scolastico.
Alle ore 10, dopo un’ora, mi sono dunque allontanato perché avevo altri impegni.
Riprendo qui le parole già utilizzate nella lettera a “Il Giornale”: sono fermamente convinto che i bambini non debbano essere coinvolti e strumentalizzati in questo modo su questioni di cui non possono avere una autonoma capacità di giudizio ed è scorretto chiedere loro di intonare uno slogan politico senza che ne possano avere piena consapevolezza. E quindi torno a dire che, se questo è accaduto, ritengo che chi ne porta la responsabilità farebbe bene a chiedere scusa alle famiglie dei bambini.
Si discute e ci si indigna sulla presenza del giornalista Wael Al Dadouh e, soprattutto, del suo accompagnatore. Ho detto che il giornalista è stato invitato da una o più delle insegnanti, non so se a titolo personale o come “MCE”, perché, ho appreso successivamente, è stato tramite una di esse che il 2 giugno siamo stati informati della volontà di Al Dadouh di essere presente per portare la testimonianza di cosa significhi vivere dentro una guerra che gli ha sterminato la famiglia.
Bisogna educare le persone, soprattutto se rivestono esse stesse un ruolo importante come quello di educatrici, ad assumersi le proprie responsabilità.
Avevo già conosciuto in passato il giornalista di Gaza che è venuto più volte in Italia e in altri paesi europei per raccontare quanto da lui vissuto, a livello personale e come professionista dato che è caporedattore dell'emittente Al Jazeera. Al Dadouh era accompagnato da una persona che faceva da interprete, il signor Sulaiman Hijazi, e di cui non conoscevo le generalità così come la delicata indagine nella quale è coinvolto. L’ho imparato dall'articolo de Il Giornale in questione. Tra l'altro credo che tutti abbiate ormai preso conoscenza di precedenti illustri in cui la persona che ha fatto da interprete ad Al Dadouh viene ritratto insieme a noti esponenti politici nazionali anche di area di governo. Nello svolgere le proprie funzioni pubbliche da parte può accadere di essere accostati a persone di cui non si conosce l’identità. Non comprendo perché se è valso per quegli esponenti politici il beneficio della buona fede lo stesso metro non sia stato usato per me. Lascio però a voi trarre le dovute valutazioni su questo modo manicheo di svolgere il mestiere del giornalismo e della politica.
A questo proposito vorrei anche fare una riflessione sul fatto che il signor Sulaiman Hijazi sia, allo stato degli atti, esclusivamente un indagato e incensurato, come correttamente ha fatto notare anche sulla stampa locale il suo avvocato.
Nel linguaggio giuridico italiano, indagato (o 'persona sottoposta alle indagini preliminari') è colui nei cui confronti l'autorità giudiziaria (Pubblico Ministero e forze dell'ordine) sta svolgendo accertamenti perché sospettato di aver commesso un reato. Essere indagati non significa essere colpevoli. I concetti chiave da conoscere si dividono in alcune aree fondamentali. La fase delle indagini: Il Pubblico Ministero raccoglie le prove per capire se l'ipotesi di reato è fondata. Questa fase serve a tutelare l'indagato stesso, permettendo di verificare la sua estraneità ai fatti.
Indagato vs Imputato: Sono due fasi diverse. L'indagato è sotto investigazione. Diventa imputato solo se il PM, raccolte le prove, decide di accusarlo formalmente chiedendo il rinvio a giudizio.
Ora, il soggetto in questione risulta indagato da almeno 7 mesi. 7 mesi dovrebbero essere un tempo sufficiente per sapere se abbiamo a che fare con una persona che può rappresentare un pericolo reale per le persone e/o le cose. E se così fosse dovrebbe essere sottoposto a misure cautelari atte a riparare la comunità dall’essere messa a rischio dalla libera circolazione di questa persona. Aggiungo che la sua presenza in un determinato territorio dovrebbe essere segnalata dal Ministero dell’Interno alle autorità preposte in quel territorio, organi di polizia e prefetto, affinché questi esercitino i dovuti controlli e mettano in guardia chi di dovere di non entrare in contatto con persone di tal fatta. Ora, tutto ciò non è accaduto e siccome io non dubito che Ministero dell’Interno e Ministero della Giustizia possano consentire che la sicurezza di tutti possa essere messa a repentaglio da un pericoloso terrorista lasciato libero di girare per le strade del nostro Paese, debbo dedurre che probabilmenteil signor Sulaiman Hijazi é stato impropriamente dipinto con i tratti di pericolosità da chi ha imbastito questa polemica e da chi l’ha cavalcata in queste ore con toni registrati. Delle due l’una.
Chiuso questo argomento, altra cosa invece è l’appropriatezza di un incontro di bambini della scuola primaria con un giornalista, testimone di conflitto in corso che ha visto, nel corso di questo conflitto, sterminata una parte della sua famiglia. 12 familiari uccisi in un bombardamento.
Chiarito dunque all’inizio all’inizio della mia comunicazione come Al Dadouh sia arrivato al Laboratorio Aperto, ovvero attraverso la sua stessa volontà raccolta da un insegnante e da lei stessa comunicata al Comune il giorno prima, ovvero il 2 giugno, ciò che reputo semmai sbagliato e non averne portato correttamente a conoscenza preventivamente i genitori dei bambini e, qualora fossero stati intonati cori o slogan di carattere politico, sarebbe ancora più grave. Di questo però io non posso avere nessuna certezza in quanto fino al momento in cui io ho abbandonato il luogo dell’incontro, avevo interloquito solo io con i bambini e le bambine sui temi prima citati.
In conclusione permettemi di tornare ancora una volta sul gravissimo attentato accaduto nella nostra città lo scorso 16 maggio, fatto che ho trovato inopportuno e davvero di cattivo gusto accostare all’incontro con i bambini, accostando la tragedia che il popolo palestinese sta vivendo con il grave attentato avvenuto nella nostra città.
Così come ho trovato grottesca l'accusa di sottomissione all'Islam o di rendere Modena una piccola Mecca. Credo che la situazione stia sfuggendo di mano e dovremmo riflettere seriamente di come i social siano sempre di più la palestra di fomentatori ad arte di odio e di ignoranza, spesso infatti queste due parole vanno a braccetto. Stiamo molto attenti perché abbiamo visto come dalle parole si possa presto ed inaspettatamente trovare la mente malata che passa ai fatti. Anche le scritte ingiuriose e minacciose che appaiono sui muri della nostra città ne sono un derivato.
Anche io sono stato oggetto, anche in queste ore, di insulti e minacce via web eppure tutti sapete come in queste settimane complicate, ho cercato di mantenere ferma la direttrice netta di cui sono profondamente convinto e su cui si fonda il patto civico: il rispetto dei doveri perché, a sua volta, vengano riconosciuti i diritti e viceversa. Agli uni corrispondono gli altri, in assenza degli uni gli altri vacillano e la convivenza non è più tale ma è anarchia.
Minare la convivenza adducendo l'impossibilità di costruire le condizioni per stare insieme è una politica che non mi troverà mai d'accordo.
Noi dobbiamo costruire la convivenza tra cittadini, basata sui diritti, sui doveri e sul rispetto di entrambi! Non c’è alternativa se vogliamo garantire una civile convivenza tra culture politiche diverse, fedi e costumi diversi, orientamenti sessuali diversi. La diversità è il sale della democrazia che non si piega al pensiero unico, di qualunque colore esso sia.
Modena è stata una città ferita da un “attentato”, il primo di questo genere in Italia. L’ho detto sin dalle prime ore perché il responsabile di quel terribile atto ha voluto chiaramente attentare alla vita delle persone. Saranno le indagini a stabilire natura e movente dell’attentato ma nulla potrà attenuarne la gravità.
Per questo Modena ha una responsabilità in più verso il nostro paese, l'Italia. Proprio perché è una grande città che ha saputo reagire con unità al grave attentato, con compostezza e maturità che non devono essere scambiate come giustificazione o minimizzazione.
Seguiremo attenti gli sviluppi delle indagini, ci costituiremo parte civile nel processo all’attentatore, e soprattutto non faremo e non farò mancare mai la nostra vicinanza e sostegno ai feriti e alle loro famiglie, come sto facendo lontano dalla luce dei riflettori come è corretto che sia.
Massimo Mezzetti



