Ieri al Senato Pd e M5S hanno dimostrato che un patto è possibile contro la Lega, ma i 5 Stelle, soprattutto, hanno dimostrato tutti gli aspetti surreali e ipocriti della politica. Le categorie di giusto/sbagliato, bene/male, i valori antichi del rispetto di una promessa, del valore della parola data, cancellati in un istante. Valori prepolitici, o meglio apolitici, certo. Perchè la politica è anche (soprattutto) matematica, e non è che ci si debba stupire, la storia recente italiana dovrebbe avere abituato tutti a queste giravolte. Tutto vero: eppure in questo caso il voltafaccia è davvero clamoroso.
Era il 18 luglio 2019, meno di un mese fa, quando il leader 5 Stelle Luigi Di Maio in uno dei suoi video sui social prometteva a squarciagola 'Io col partito di Bibbiano non voglio averci nulla a che fare. Io col partito che in Emilia Romagna toglieva alle famiglie i bambini con l'elettroshock per venderseli io non voglio avere nulla a che fare'. Parole che costarono a Di Maio una querela da parte del Pd (non si sa se minacciata o depositata) e una reazione sdegnata da parte dei Dem.
E ora, a 25 giorni da quelle parole, il voto in Senato comune tra Pd e 5 Stelle e le prove di intesa in vista di un possibile governo di legislatura rosso-giallo.
Gli ex giacobilini 5 Stelle avevano già dimostrato questa propensione a rimangiarsi tutto (Tap, Ilva, Trivelle, Bretella, Salva Carige...), ma fare il contrario di quanto è stato promesso tre settimane prima dal leader Di Maio è davvero da record. Ora fare della propria parola carta straccia in nome della paura di un voto che, probabilmente, ridurrebbe a meno della metà i propri parlamentari, è cosa normale? Forse sì. Forse funziona così e le categorie di giusto e sbagliato le lasciamo per i bigotti, quelli che ancora si sentono offesi dal rosario agitato come in un esorcismo da Salvini.
Giuseppe Leonelli


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