'Il
comunicato diffuso da Fratelli d’Italia, a firma della consigliere Rossini, sull’educativa di strada e sui finanziamenti comunali si inserisce in una narrazione propagandistica che poco ha a che fare con la realtà del lavoro educativo e dei servizi sociali. Non intendiamo entrare nel caso specifico della cooperativa Caleidos, né fare difese d’ufficio. Resta però un dato di fatto: oggi i Comuni fanno sempre più fatica a garantire pezzi fondamentali del welfare locale, anche a causa dei continui tagli alle politiche sociali operati dal Governo. Ed è dentro questo contesto che vanno letti e valutati i servizi educativi territoriali'. Così, in una nota, il consigliere regionale Avs
Paolo Trande e il consigliere comunale di Modena
Martino Abrate dopo
quanto pubblicato da La Pressa e ripreso dal consigliere Fdi. 'È bene chiarirlo con nettezza: l’educativa di strada non nasce per “combattere le baby gang” – fenomeno che troppo spesso esiste più nella propaganda securitaria della destra che nella realtà – ma per accompagnare ragazze e ragazzi, intercettare situazioni di fragilità e offrire occasioni sane di aggregazione, crescita e relazione. È uno strumento di inclusione, non un’appendice della repressione e va vista come un tassello di una rete di politiche giovanili complessive che creano opportunità e che devono essere potenziate.
Come Alleanza Verdi e Sinistra non smetteremo mai di ribadirlo: i servizi educativi e quelli rivolti ai giovani non sono un elemento di corredo della sicurezza urbana né “l’altra faccia” del controllo. Sono spazi di fiducia per giovani spesso privi di strumenti, che vivono condizioni di disagio ed esclusione'. 'Nel caso specifico, durante una pandemia, distribuire mascherine non è uno scandalo ma un’azione di buonsenso e di tutela della salute pubblica, soprattutto nei confronti di chi vive la strada. Allo stesso modo, la distribuzione di preservativi rientra pienamente nelle pratiche di riduzione del rischio e del danno. Qui emerge chiaramente la visione della destra: ordine e disciplina attraverso il controllo dei corpi e delle sessualità. La domanda è semplice: se non l’educativa di strada, chi dovrebbe fornire strumenti di prevenzione su sesso, droghe e alcol? Davvero la risposta è nessuna educazione sessuo-affettiva, né nelle scuole né nei servizi, e tutto scaricato sulle famiglie? - continuano Trande e Abrate -. La sicurezza, quella durevole e reale, si costruisce anche con politiche sociali serie, con una comunità capace di guardare al disagio senza giudizio e di offrire opportunità reali a tutte e tutti, al di là della provenienza o delle condizioni familiari.
Pensare che bastino repressione e propaganda è miope, soprattutto mentre il Governo continua a non investire in modo strutturale nemmeno sulla sicurezza urbana (come chiesto dai sindaci e da ANCI). Infine, ridurre l’educativa di strada a una caricatura è offensivo nei confronti di centinaia di educatrici ed educatori che, spesso nella precarietà, lavorano ogni giorno nel punto di contatto diretto con il disagio. Colpire questi servizi significa indebolire la comunità, non renderla più sicura'.