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Policlinico, quali specialità ci saranno? Quali presenze di notte? Quanti letti, quale diagnostica?

Policlinico, quali specialità ci saranno? Quali presenze di notte? Quanti letti, quale diagnostica?

A Modena serve una decisione che regga più a lungo di un mandato. Intanto, al piano terra, c’è un malato che aspetta. Il 2040 può aspettare


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Nel plastico di un ospedale funziona tutto. Gli alberi sono in ordine, il parcheggio basta, le ambulanze arrivano puntuali. Non manca un infermiere, non piove nemmeno. Poi si apre la porta dell’ospedale vero e finisce l’incantesimo.

Ecco: sul futuro del Policlinico di Modena sarebbe ora di mettere via il plastico e aprire quella porta.

L’ipotesi è importante: concentrare l’alta complessità in un nuovo polo accanto a Baggiovara e trasformare via del Pozzo in un ospedale cittadino, prevalentemente dedicato alla bassa e media complessità. Un investimento stimato in 550 milioni, un orizzonte di dieci-dodici anni, un nuovo assetto della sanità provinciale.


Mettiamo in fila le cose: non risulta una decisione definitiva di chiudere il Policlinico. Trasferirne le funzioni più complesse, però, significa cambiarlo profondamente e in teoria le due cose possono stare nella stessa frase.


«Il pronto soccorso resterà aperto». Bene. Ma dietro quella porta che cosa resterà? Il malato, del resto, è poco disciplinato. Arriva con un dolore addominale e non si è nemmeno premurato di sapere se appartiene alla bassa, alla media o all’alta complessità. Magari torna a casa dopo una terapia. Magari gli servono una sala operatoria, sangue e rianimazione. Prima si presenta. Poi arriva la diagnosi. Un dispetto alle caselle.

Allora diciamolo: quali specialità ci saranno?

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Quali presenze di notte? Quanti letti, quale diagnostica, quali interventi? E quando bisognerà trasferire un paziente? Una complicanza non consulta il calendario della chirurgia programmata. Né una patologia comune rende semplice, per decreto, un paziente fragile. Sono domande da ospedale. Servono risposte da ospedale, non da conferenza stampa.


Poi ci sono i soldi. Circa 320 milioni per ristrutturare il Policlinico, circa 550 per il nuovo polo: queste le cifre del confronto. Ma prima di scegliere bisogna aprire le scatole. Tecnologie, collegamenti, spazi universitari, manutenzione degli edifici che restano, transizione: che cosa è compreso? Che cosa si paga a parte? Non basta mettere due numeri sul tavolo per avere due alternative confrontabili. E nei dieci-dodici anni dell’attesa? Il vecchio ospedale continuerà a ricevere malati, mica cartoline dal futuro. Gli serviranno impianti, manutenzioni, professionisti, investimenti. Il tetto non smette di perdere perché ha letto sul giornale che un giorno sarà sostituito.


E i soldi per i muri non sono automaticamente soldi per chi ci lavora. Un reparto nuovo senza personale sufficiente è una stanza appena imbiancata con dentro un problema vecchio. Prendiamo poi quella parola che fa subito risparmio: «doppioni». Due strutture con la stessa targa possono essere uno spreco.

Oppure servire bisogni diversi e completarsi a vicenda. Per capirlo occorrono volumi, esiti, bacini d’utenza, urgenze e carichi di lavoro. Contare le targhe è più comodo. Ma anche due autobus hanno scritto sopra «autobus»: non per questo uno dei due è inutile.


C’è infine la partecipazione. Coinvolgere centinaia di professionisti nel riordino dei servizi è prezioso. Dimostra che sono stati coinvolti nel riordino dei servizi. Non dimostra, da solo, che abbiano valutato e condiviso un nuovo polo in quella sede. Non facciamo firmare alla prima frase quello che sostiene la seconda. Un confronto è tale se si può anche dire: meglio un’altra soluzione. Altrimenti è una riunione di condominio: scegliete pure il colore delle pareti, purché sia quello che abbiamo già comprato. Poi, fuori dalle riunioni, ci sono i cittadini. Nel plastico non entrano: rovinerebbero l’ordine.


Chi dipende da un autobus. Chi va ad assistere un genitore dopo il lavoro. Chi termina il turno di notte. Chi parte dalla Bassa e deve attraversare la città. Il loro tempo, le distanze e la fatica non spariscono solo perché nel quadro economico manca la colonna in cui scriverli.

Un ospedale nuovo si può fare. Può perfino essere la scelta migliore.

Nessun culto del mattone vecchio, ma si mostrino le ragioni, si confrontino le alternative e si garantisca il presente. Il futuro non è una buona scusa per lasciare andare ciò che oggi deve funzionare.


Quanto al procurato allarme: delle notizie false si risponde nelle sedi appropriate. Alle domande fondate, invece, si risponde con documenti leggibili e impegni verificabili, evocare denunce mentre il confronto è aperto non chiarisce il progetto: può soltanto convincere qualcuno a tenersi la domanda in tasca.

A Modena serve una decisione che regga più a lungo di un mandato. Intanto, al piano terra, c’è un malato che aspetta. Il 2040 può aspettare. Lui ha già preso il numero.

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