Righi, ereditata questa triste situazione, ha dimostrato polso fermo, doti politiche e lungimiranza strategica. Lui, cresciuto a differenza dei predecessori a pane e Hera e senza troppi patemi d’animo nello scontentare i circoli PD, ha preso in mano la questione e in pochi mesi l’ha risolta. L’effetto finale è la cessione di Aimag a Hera. Che prende il controllo della consociata mirandolese, come certificato dall’Antitrust, senza scucire un euro. Ma politicamente e mediaticamente Righi ha talmente ingarbugliato le carte da far apparire il tutto come un’operazione indolore. Con Aimag che resterà al 100% sotto il controllo pubblico, e Hera che come la Befana fornirà i capitali necessari al risanamento e alla partecipazione alle prossime gare senza avere nulla in cambio. Che non sia quel “controllo industriale”, che nelle conferenze stampa di Righi non vale niente, rispetto ai “revisori dei conti” nominabili dal pubblico e altre amenità.
Riuscendo nell’incredibile impresa di mettere d’accordo tutti i sindaci, riunitisi in cerchio ad ascoltarlo come undici apostoli. E tutti i partiti dell’arco costituzionale: da Sinistra Italiana o come si chiama adesso - che può plaudire al finto mantenimento del 51% pubblico; alla Lega di Letizia Budri - che attraverso l’influenza del collega Guglielmo Golinelli e di Antonio Platis di Forza Italia è riuscita a zittire tutta l’opposizione di centrodestra da Concordia a Bologna: quella che fino al giorno prima vedeva Hera come la kryptonite.
E quel PD, specie carpigiano, che con questa strategia s’è finalmente liberato dall’esigenza di cercare inutilmente soluzioni strategiche e industriali. Mantenendo però intatta la secolare prerogativa di nominare ai vertici rappresentativi i prescelti dal segretario di turno.
Eli Gold

(1).jpg)

