Perché a un osservatore ingenuo quella di Mezzetti potrebbe sembrare una patata bollente rifilata a Bosi per opportunismo politico: se abbiamo ben compreso la scaletta degli eventi, Bosi è stato indicato quando Mezzetti già sapeva dei 500.000 euro sottratti in modo fraudolento – pare, sempre pare - dalla dipendente infedele. Quando la sparizione dei soldi non era ancora di dominio pubblico, ma nota solo ai “comuni di riferimento”. In modo da far deflagrare il problema in assemblea, per cercare di far saltare Bosi nel caos che ne sarebbe conseguito. O peggio, dopo l’assemblea, per associarlo nell’opinione pubblica al problema. Scaricando così da ogni responsabilità amministratori e controllori del PD.
Ma questa è davvero una lettura superficiale. Perché questo trabocchetto Bosi avrebbe potuto superarlo molto facilmente dando lui stesso la notizia ai giornali. Giusto qualche giorno prima della nomina. Pensando erroneamente - non conoscendo i dettagli della vicenda, a lui raccontata sommariamente da qualcuno ancora ignoto - che i dirigenti di Amo non avessero alcuna intenzione di andare davvero a fondo, né di fare denuncia pubblica, né soprattutto all’autorità giudiziaria. Preferendo risolvere la questione in gran segreto e all’interno di Amo e del PD. Licenziando sì la dipendente, ma fermandosi a quello. Si vota il bilancio, l’assemblea approva la perdita, la dipendente è stata licenziata, a posto così.
Ma anche questa è una lettura superficiale e sbagliata. Perché la realtà è che Mezzetti, lui stesso non del PD, aveva pensato fin dall’anno scorso a Bosi, non così amato all’interno del PD, come al miglior candidato possibile per Amo. Tenendolo per questo libero da impegni in Comune. Mezzetti sapeva che dopo 8 mesi la Meloni avrebbe abrogato la legge che impediva le cosiddette porte girevoli fra Comune e Società controllate – un “tana liberi tutti” che la stessa Anac ha già stigmatizzato come un’autostrada per la corruzione.
Forza Bosi: anche noi come Mezzetti crediamo davvero in te.
Eli Gold


