Le dichiarazioni di Daniele Sitta su Sigfrido Ranucci riportano al centro una questione che va oltre il giornalista e riguarda il modo in cui, nell'autunno scorso, è stata raccontata e difesa la vicenda dell'attentato.
All'indomani dell'esplosione davanti alla casa di Ranucci, anche a Modena ci fu una mobilitazione importante. L'Associazione stampa modenese, insieme ad Aser e al Cdr Rai, organizzò un presidio al quale parteciparono circa duecento persone. Era una manifestazione di solidarietà nei confronti di Ranucci, ma soprattutto di condanna dell'intimidazione nei confronti di un giornalista e, quindi, di difesa della libertà di stampa. Una manifestazione giusta nel principio, ma che venne utilizzata - come tante altre in Italia - per alimentare il mito di un eroe creato in laboratorio e utile a sostenere una precisa tesi politica.
In fondo il problema nasce proprio quando la difesa della libertà di informazione finisce per coincidere troppo con la creazione di un 'eroe'. Oggi, alla luce delle vicende che riguardano Ranucci e anche delle dichiarazioni sacrosante dell'ex assessore Daniele Sitta, sarebbe utile che le organizzazioni dei giornalisti chiarissero proprio questo punto.
Non si tratta di stabilire se Ranucci sia colpevole o vittima dell'amico Lavitola, come i magistrati al momento sostengono: le indagini faranno il loro corso.
Né, tantomeno, si tratta di mettere in discussione il valore delle inchieste di Report. Si tratta invece di evitare che la credibilità del giornalismo d'inchiesta venga legata alla idealizzazione di un singolo giornalista. Perché se si costruisce un 'eroe' della libertà di stampa, il suo eventuale ridimensionamento rischia di trascinare con sé anche il principio che quell'eroe avrebbe dovuto rappresentare.È un rischio che riguarda soprattutto chi fa giornalismo lontano dai riflettori. I cronisti locali, quelli che lavorano su amministrazioni, appalti, società pubbliche, interessi economici e politica senza avere una trasmissione televisiva alle spalle. La loro libertà di lavorare non può dipendere dalla popolarità del giornalista del momento.
Per questo sarebbe interessante capire perché, dopo le prese di posizione dello scorso ottobre, l'Associazione stampa modenese e le altre organizzazioni della categoria non sentano oggi la necessità di intervenire nuovamente. Non per condannare Ranucci, ma per ribadire una distinzione: difendere un giornalista da un attentato non significa considerarlo immune dalle critiche, così come criticare un giornalista non significa attaccare la libertà di stampa. È una distinzione importante, anche politicamente.
Il centrodestra, oggi al governo nazionale, può avere interesse a mettere in discussione un giornalista come Ranucci e una trasmissione come Report.
Allora il punto non è decidere se Ranucci sia ancora un 'eroe', ma evitare che la libertà di stampa abbia bisogno di eroi o di 'canti partigiani'. Perché il giornalismo d'inchiesta si difende meglio depurandolo dalla retorica, mettendolo al riparo non tanto dagli 'attentati' ma dalla melassa conformista che emargina chiunque tenti strade non battute e separando il valore del lavoro giornalistico dalle idee politiche e dalla figura, inevitabilmente discutibile, di chi lo fa.
Giuseppe Leonelli
Nella foto Ranucci alla Festa dell'Unità di Modena dell'anno scorso

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