Sulla strage che a causa del Covid si è consumata nella Case di Residenza per anziani della regione Emilia-Romagna e di Modena esistono narrazioni soggettive, personali, vissute, ed esistono fatti e responsabilità oggettive. Su queste ultime la magistratura è chiamata a rispondere dai numerosi esposti (8 fino ad ora quelli depositati negli uffici della Procura di Modena), presentati dai familiari delle vittime. Terreno minato in cui serve un supplemento di cautela. Il contesto è quello di un’emergenza epocale per il sistema sanitario e socio-sanitario che ha trovato tutti impreparati. Compreso chi è pagato per essere preparato: gli organismi di vigilanza e le istituzioni che avevano il compito di prevenire, informare ed agire sulla base del principio di precauzione. Perché sembrano passati secoli ma ricordiamo anche a Modena, fino alla sera antecedente al giorno della prima grande restrizione dell'8 marzo, tali istituzioni, esperti compresi, sminuivano l'allarme, invitavano ad uscire e a visitare i musei (aperti nel fine settimana), a non comprare inutili mascherine, e a non fermarsi, con tanto di video istituzionali.
Erano i tempi in cui la mascherina faceva paura, veniva addirittura denigrata e non fornita in grandi quantità come a li a poco sarebbe stato necessario, sia nelle strutture sanitarie sia nei centri di aggregazione e di convivenza sociale più a rischio.
Non possiamo non ricordare che nel momento della massima emergenza, le case per anziani non solo non avevano DPI ma vennero in parte svuotate del personale infermieristico a disposizione, precettato dall'ausl per coprire l'immenso lavoro da svolgere nelle corsie degli ospedali, sovraccariccati da una gestione dell'emergenza che anziché aggredire ed isolare il virus all'esterno (come la Regione ha annunciato di volere fare solo ora), nelle migliaia di case e famiglie dove
Elementi che costituiscono una storia di verità, ancora prima che di responsabiltà, tutta da ricostruire, senza preconcetti politici ed ideologici. Partendo dalle migliaia di pagine che su quei giorni si sono scritte e abbiamo scritto. Dagli elementi raccontati sia sui giornali sia negli esposti. Storie narrate da operatori sanitari, infermieri, Operatori Socio Sanitari, familiari che, più o meno alla luce del sole, sono state raccolte e pubblicate. Perché solo così, questa storia, potrà insegnarci qualcosa per il futuro.
Storie di verità come quelle rappresentate dalle centinaia di bambini in diversi casi strappati forzatamente dalle loro famiglie che insieme costellano il dramma dell'inchiesta su Bibbiano e la Val D'Enza. Dramma su cui è calato, da mesi, un imbarazzante silenzio. L'emergenza Covid ed il sostanziale blocco delle attività istituzionale, da un lato ha inciso ma dall'altro sembra avere offerto il pretesto per chiudere definitivamente, e non temporaneamente, la storia. Senza leggerla, senza risolverla. Senza imparare nulla. Per lasciare tutto come era. Al punto morto in cui era arrivata. Con i progetti di legge arenati nelle commissioni parlamentari e bloccati ulteriormente nel cambio di governo e nel passaggio ad un esecutivo retto dalla fusione a freddo tra PD-M5S che riflette, declinata sul piano regionale, quella che ha guidato la commissione di inchiesta regionale le cui conclusioni non sono state richiamate, nemmeno una volta, dalla nuova giunta creata con le ultime elezioni. Da qui sono quantomeno prevedibili le perplessità di chi oggi, sul piano politico, esprime perplessità sull'efficacia di una commissione consigliare comunale a Modena sull'emergenza Covid, potenziale ennesimo paravento al nulla. Sarebbe grave che sulla questione Cra succedesse ciò che è successo e sta succedendo sulla questione Bibbiano. Sarebbe l'ennesima offesa alla vita e alla memoria delle vittime, davvero innocenti, che oggi piangiamo.
Gianni Galeotti

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