Per chi segue la sanità modenese da qualche anno, la sensazione è quella di un film già visto. Nel 2018, davanti al ministro Lorenzin, la fusione tra Policlinico e Baggiovara veniva presentata come «un modello a livello nazionale». Il percorso era partito nel 2016, con una durata prevista di tre anni, e l'allora copresidente della Ctss Gian Carlo Muzzarelli, oggi presidente della commissione Sanità della Regione Emilia-Romagna, si augurava addirittura di chiuderlo prima. Con lui, alla guida della Conferenza, c'era l'allora sindaco di Carpi Alberto Bellelli. Si parlava di 1.100 posti letto, 3.800 dipendenti, 80 strutture complesse e due stabilimenti. Al Policlinico sarebbero andati materno-infantile, oncologia e centro trapianti, a Baggiovara emergenza-urgenza, neuroscienze e chirurgia robotica. Con un obiettivo dichiarato: valorizzare le specificità ed evitare duplicazioni.
Otto anni dopo, il quadro è diverso. Il Policlinico, nelle intenzioni, perderebbe in linea generale, le funzioni più avanzate, mentre il materno-infantile viene confermato, almeno per ora. Ma la palazzina del nuovo centro, già in costruzione e citata come potenziamento nel 2018, non è ancora conclusa. Si ridisegna dunque la mappa degli ospedali modenesi senza aver portato a termine nemmeno l'opera su cui si fondava il progetto precedente.
Il punto, però, non è soltanto che gli impegni non sono stati mantenuti. Il problema è che ciò che negli anni ha preso il posto della programmazione sono stati piani tampone, che cambiano al cambiare delle persone. Ogni nuovo direttore generale porta la sua visione, ogni direttore ospedaliero le sue priorità, ogni sindaco o presidente di Provincia che prende la guida della Conferenza territoriale i suoi equilibri. Reparti e vocazioni vengono assegnati, tolti e riassegnati seguendo l'avvicendarsi dei vertici, non l'evoluzione dei bisogni di salute.
L'esempio più chiaro è la riorganizzazione della rete ospedaliera avviata sulla base del decreto ministeriale 70 del 2015, quello sugli standard dell'assistenza ospedaliera.
Tutto questo è reso possibile da un vuoto di fondo: il Piano attuativo locale del 2011, a valenza triennale, non è mai stato aggiornato. Da oltre un decennio Modena non ha uno strumento che fotografi i bisogni di salute della popolazione, l'invecchiamento, le fragilità, le esigenze dei territori, e su quella base distribuisca servizi e risorse. La sanità provinciale è stata riorganizzata soprattutto a suon di decreti ministeriali: soglie di attività, standard, chiusure di punti nascita, accorpamenti.
E ancora oggi si discute di mega progetti ancora prima di avere una mappa aggiornata dei bisogni, e i piani si succedono senza che nessuno renda conto di quelli precedenti. Prima di approvare un nuovo disegno, servirebbe un bilancio onesto di quello vecchio e un aggiornamento della programmazione provinciale, con tempi certi e un confronto vero con sindaci, professionisti e cittadini. Altrimenti, tra qualche anno, ci ritroveremo a raccontare un'altra promessa non mantenuta.
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