Egregio direttore,
La recente dichiarazione pubblica del sindaco di Modena ha sollevato accese polemiche. Il primo cittadino ha espresso forte preoccupazione per il titolo dell'evento in programma il prossimo 21 settembre presso la sala civica Pucci di Modena: “La violenza non ha genere. Profili giuridici e psicologici dell'aggressività femminile”.
Molte persone a difesa replicano che il convegno vuole evidenziare come la violenza e l'aggressività siano espressioni della natura umana. L'obiettivo dell'incontro è approfondire nello specifico la componente femminile, senza per questo escludere le altre. 'Non si può? Dov’è il peccato?', si chiedono i difensori.
Di parere opposto il sindaco, che ha attaccato: “È un messaggio fuorviante che rovescia la realtà, attaccando le donne e sfuggendo dai nodi veri della riflessione sulla violenza”.
La replica di gran parte della cittadinanza non si è fatta attendere: analizzare l’aggressività nella popolazione femminile non significa attaccare le donne. Esattamente come quando si esaminano l'aggressività e la violenza maschile non si stanno aggredendo gli uomini: in entrambi i casi si tratta di un'analisi scientifica e divulgativa.
Alle preoccupazioni del sindaco si sono uniti, in un coro di critiche, il Partito Democratico locale e diverse associazioni dell'area democratico-progressista attive nella tutela del mondo femminile.
Da una istituzione che rappresenta l’intera città e ne tutela la libertà di espressione, di
idee e di opinioni di tutte le cittadine e i cittadini, ci si sarebbe aspettato il silenzio. Semmai, soltanto l’auspicio, scritto o parlato che fosse, che il convegno – pur focalizzandosi sull’aggressività femminile – non intendesse escludere quella di genere maschile. Parliamo di quella violenza, intrisa o meno di retaggi patriarcali, denominata appunto 'femminicidio', compiuta a danno di mogli, fidanzate, compagne, amiche e delle rispettive ex.»Questa corale levata di scudi, invece, è parsa essere fuori luogo e fuori misura nel suo elevarsi quasi ad anatema, oltre che per nulla educativa nei confronti della libertà democratica di espressione e di parola civica sancita dalla nostra Costituzione.
Chi si oppone al convegno dovrebbe spiegare perché pretende che si parli di violenza e aggressività umana in riferimento a un solo genere, escludendo l'altro. Sostengono infatti che, al di là delle statistiche, la violenza sia esercitata in primis dagli uomini. Ma se questo è vero, il 'primis' ammette implicitamente un 'secundis'. Perché, allora, sulla violenza del secondo genere si deve tacere?
Non sembra essere vietata dalla prassi, dal buon senso o dalle norme la libertà di raccontare, a chi sia interessato, forme di violenza diverse da quella considerata principale o più nota.
In ogni caso, gli organizzatori del convegno, nella scritta intenzione di analizzare i profili giuridici e psicologici dell’aggressività al femminile, non sembrano aver mai lasciato intendere che la violenza sulle donne non sia altrettanto grave e persistente. Da dove traggono, quindi, la deduzione opposta le forze politiche e le associazioni contrarie?
La loro appare come una presunzione e una contrarietà a prescindere, dettata da spirito di parte. Farebbero meglio ad assistere al convegno per poi, eventualmente, eccepire, contraddire, spiegare e – perché no? – imparare che la verità non sta mai da una sola parte, e tantomeno sempre dalla loro.
È assolutamente legittimo, per chi appartiene all’area ideologica e politica progressista e di sinistra, ritenere giuste le proprie idee. Tuttavia, queste stesse persone dovrebbero essere ben consapevoli che è profondamente antidemocratico – e incoerente con la loro stessa denominazione – non consentire agli altri di esprimere liberamente le proprie opinioni. Rifiutare il confronto o delegittimare l'interlocutore, come spesso accade, contrasta con i valori democratici della nostra Costituzione.
I rappresentanti delle istituzioni danno il buon esempio, specie alle giovani generazioni, quando garantiscono e non ostacolano la libertà di parola di chiunque.
In conclusione, vale la pena ricordare che in Italia il modello giuridico del patriarcato familiare è stato formalmente superato nel 1975 con la riforma del diritto di famiglia (legge n. 151 del 19 maggio).
Sebbene eliminato per legge, esso sopravvive purtroppo nella pratica. Questo dimostra che, fatta la legge, 'l'inganno' si nasconde nello scarso impegno – e forse nell'incapacità – delle istituzioni, nazionali e locali e dei vari specifici enti sociali, di agire pienamente e profondamente sul piano preventivo e di controllo, sul piano dell’azione giudiziaria e sul piano educativo all'interno delle scuole e delle famiglie. Come sempre si dice ma non sempre si fa: prevenire è meglio che curare.
Con i migliori saluti,
Camillo Po



