Caro direttore,
Ho appreso che un intero quartiere di Sassuolo è stato svegliato all’alba dalla preghiera islamica amplificata dal megafono.
C’è qualche buontempone che chiede alle chiese di mettere le campane in silenzioso, per quanto suonino in orari di lavoro, e poi non nota questo deragliamento. Tipico di chi, ipocritamente, fa il forte con i deboli e il debole con i forti. Sia chiaro: io non reputo affatto forti quelli che hanno imposto a centinaia di persone le loro pratiche religiose in ore antelucane, ma semplicemente prevaricatori che sanno di poterlo fare all’interno di un contesto che glielo consente. E che stranamente ha premiato, dopo una breve pausa, la stessa compagine politica che fa sempre finta di essere sorda in determinate circostanze, mentre si riempie la bocca di stereotipi concettuali ormai divenuti stucchevoli. A parte l’irritazione per l’accaduto e per tutto il corollario che lo accompagna ormai strutturalmente, mi viene da chiedere ai miei concittadini e corregionali: che cosa vogliamo fare del luogo in cui noi e i nostri avi siamo nati e vissuti? Un pensiero ben definito si combatte con un altro pensiero che lo è nella stessa misura, non con il pavido “volemose bene” o la logica individualista del “tanto non tocca a me”. Se da quelle forzature si passerà ad altre ancora più stringenti (con l’indefesso beneplacito delle istituzioni), allora vorrò stare a guardare la reazione dei presunti libertari e giullari dei diritti.
Indignata e offesa, le invio un cordiale saluto
Caterina Di Stasi
Sassuolo, preghiera islamica al megafono: l'indignazione non basta
Mi viene da chiedere ai miei concittadini e corregionali: che cosa vogliamo fare del luogo in cui noi e i nostri avi siamo nati e vissuti?
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