Quando la variante sull'ampliamento del polo logistico Conad arriverà in Consiglio comunale, l'aula non voterà dei metri cubi. Voterà una cosa più grande: se una decisione presa insieme ai cittadini possa essere riscritta senza di loro. Ed è per questo che, qualunque cosa si pensi del merito, il Consiglio deve votare no.
Perché quello che il Consiglio approvò nell'aprile del 2023 non fu una concessione a un'impresa né una protesta vinta dai residenti: fu un compromesso, e un compromesso a tre. L'azienda rinunciò a una parte consistente del progetto presentato. I cittadini accettarono che un polo logistico continuasse a crescere dentro il loro quartiere. Il Comune garantì quell'equilibrio e lo trasformò in atti: una delibera votata in aula, una convenzione firmata davanti a un notaio. Non un galateo tra gentiluomini: un patto scritto.
E fu partecipazione nel senso proprio della parola, non un questionario né una serata informativa: petizione popolare protocollata, osservazioni firmate da decine di famiglie, assemblee, cinque sedute della conferenza dei servizi. Soprattutto, un esito. Le osservazioni furono istruite una per una, e la relazione di controdeduzioni che le recepisce fu approvata dal Consiglio con un punto apposito del deliberato, «allegata e parte integrante e sostanziale del presente atto».
Sono parole della delibera: quelle voci non stanno in appendice, stanno dentro la decisione. Non era una cortesia dell'Amministrazione, era la sua legge. Lo Statuto del Comune — la norma prima di ogni atto comunale — colloca la partecipazione fra i principi generali, al Titolo I: l'articolo 4 riconosce alle persone, singole o associate, il diritto «a concorrere all'indirizzo, allo svolgimento e al controllo» dell'attività dell'Amministrazione. E la legge urbanistica regionale mette «la pubblicità e la partecipazione dei cittadini alla formazione del piano» fra i principi del procedimento, al punto da imporre in ogni pratica urbanistica la nomina di un Garante della comunicazione e della partecipazione. Tre anni dopo, una sola delle tre parti chiede di riaprire il patto. E chiede di più: più volumi, più baie di carico, una mitigazione in meno. Non c'è un fatto nuovo che lo imponga — non una crisi, non un vincolo sopravvenuto, non una legge cambiata: sono cambiate le strategie logistiche di un'azienda, come è legittimo che accada.Ma se ogni volta che cambiano le strategie di una parte si riapre l'accordo, allora quell'accordo non era un accordo: era una sosta.
Non si può impedire a un privato di chiedere; ma il Consiglio ha sempre la libertà di votare secondo coscienza. Il no, dunque, non dipende dal merito. Anche il consigliere convinto che quei volumi in più siano sopportabili dovrebbe votare no, perché non sono quei volumi a essere in gioco: è la tenuta della parola data dalla città ai propri cittadini. Un'aula che approvasse la variante scriverebbe, per tutti i procedimenti futuri, che a Modena la partecipazione produce impegni revocabili appena diventano scomodi. Nessuna assemblea, nessun laboratorio, nessuna consultazione potrebbe più essere presa sul serio: chi si siede a un tavolo saprebbe in partenza che il risultato ha una scadenza. C'è del resto una figura che la legge mette lì apposta, e che finora nessuno ha chiamato in causa: il Garante della comunicazione e della partecipazione. Ogni procedimento urbanistico deve averne uno, distinto dal responsabile del procedimento, e anche questo ce l'ha. La legge regionale gli affida il compito di assicurare l'accesso alle informazioni sul progetto e sui suoi effetti, la partecipazione dei cittadini e delle associazioni, il diritto al contraddittorio di chi quegli effetti li subirà. E stabilisce che proprio su sua iniziativa l'amministrazione possa attivare un processo partecipativo o promuovere un'istruttoria pubblica con associazioni, comitati e gruppi di cittadini, e svolgere un contraddittorio pubblico «con coloro che hanno presentato osservazioni e proposte».
Sono strumenti già scritti: non richiedono una riforma né una battaglia, richiedono soltanto che qualcuno li chieda e che l'amministrazione non dica di no. Il punto, in fondo, è semplice. Il voto del Consiglio comunale sarà letto come un messaggio alla città, e ne esistono solo due versioni: che la firma del Comune su un accordo con i cittadini vale quanto quella su un contratto commerciale, oppure che vale meno, e dura finché conviene a una parte sola. Dove i cittadini non trovano ascolto si finisce con le tende e con i ricorsi al Tar; qui un tavolo c'era, ed è stato usato bene. Se non regge nemmeno quello, la sconfitta sarà dell'istituzione, non loro. Non è una questione di metri cubi: è una questione di parola data. A Reggio Emilia la partecipazione dei cittadini sta proteggendo un bosco dall'ennesima cementificazione per uso commerciale; a Modena, per proteggere la partecipazione, ci vorrebbe un 'sentimento popolare'.
Vittorio Ballestrazzi ex consigliere comunale di Modena
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