Oggi l’amministratore unico Andrea Bosi ha proposto ai sindaci soci l’azione di responsabilità verso dirigenti e amministratori uscenti. Non per stabilire colpe penali - quello spetta ai giudici - ma per accertare eventuali responsabilità civilistiche e organizzative. Il ragionamento, che condividiamo, è che i controlli hanno vacillato e qualcuno deve risponderne. E se la dipendente è incapiente, l’ente deve comunque tutelarsi.
In Amo mancava l’implementazione del modello 231 e c’era carenza di controlli adeguati: lo ha evidenziato il professor Giulio Garuti, chiaro esperto modenese in materia. Lo stesso professionista ha spiegato che un modello adeguato crea alert, procedure, barriere. Il rischio zero non esiste - certo - ma l’assenza di presidi adeguati è un fatto.
In Fondazione, stando alle risultanze, il modello 231 invece c’era. Ma i soldi sono ugualmente spariti. L’ammanco sfiora il milione e duecentomila euro – qualcuno parlava addirittura di due - su un bilancio intorno ai 33 milioni. Il presidente Matteo Tiezzi ha quasi ironizzato dicendo che, in proporzione, è come se avessero tolto 20 euro dal suo conto. Ma il rapporto reale è ben diverso, sia rispetto al suo conto che soprattutto rispetto a Amo: stiamo parlando del doppio in senso assoluto, e ancora di più in rapporto al bilancio. Eppure in un caso si parla di scandalo, nell’altro si minimizza.
E sono soldi pubblici o quasi in entrambi i casi: per definizione quelli di Amo; per finalità quelli della Fondazione: sottratti a erogazioni, bandi, cultura, welfare territoriale. Allora perché due pesi e due misure?
Nel caso di Amo i sindaci hanno deliberato l’azione di responsabilità, in base alle indicazioni di una perizia legale. Non per spirito punitivo ma per autotutela. Perché sanno perfettamente che in caso di inerzia la Corte dei conti può bussare alla loro porta, come sta facendo a Reggio Emilia. Quando c’è il rischio di un danno erariale, la prudenza diventa improvvisamente virtù.

Nel caso della Fondazione di Modena, invece, l’azione di responsabilità spetterebbe al Consiglio di Indirizzo.
Nessuno sta dicendo che vi siano responsabilità accertate: l’azione serve proprio a verificarlo - con perizie indipendenti, con approfondimenti tecnici - come è stato fatto in Amo. È uno strumento di trasparenza, non una condanna preventiva.
E allora perché gli stessi sindaci che hanno deliberato per Amo non chiedono almeno che la questione venga posta all’ordine del giorno del CdI della Fondazione? Massimo Mezzetti è stato il primo a chiedere di fare luce sulla vicenda salvo poi ricredersi: perché non ha sollecitato - anche informalmente, senza alcun vincolo di mandato - i membri di nomina pubblica a valutare questa strada? Solo perché manca lo spauracchio della Corte dei Conti?
Eli Gold
Nella foto l'amministratore unico di Amo, Andrea Bosi, e il presidente della Fondazione di Modena, Matteo Tiezzi



