L'Ausl continua ad opporsi alla richiesta di reintegro dei propri dipendenti, sanitari e amministrativi, sospesi per non essersi vaccinati o per non avere completato il ciclo vaccinale con la terza dose. Di fatto, senza il Green Pass. Alcune decine, tra Ausl e Azienda Ospedaliera, fino a poco più di un mese fa, quando il Direttore Amministrativo dell'azienda Ospedaliera Broccoli,
rispondendo ad una nostra domanda, elencò i numeri degli operatori ancora sospesi dal lavoro senza stipendio. Circa 35 in quel momento, sia nell'Azienda Ospedaliera sia Ausl. Tra questi anche alcuni amministrativi tra cui una operatrice Ausl poi reintegrata dal giudice del tribunale di Modena che ha accolto la richiesta della donna formulata sulla base della normativa, che prevede che i dipendenti con funzioni ed in strutture con funzioni prettamente amministrative (e quindi sganciati da funzioni sanitarie dirette e prevalenti non a contatto con pazienti e dall'utenza), possono essere esentati dall'obbligo. Un reintegro 'avvenuto malvolentieri' affermò lo stesso Broccoli, con tono evidentemente scocciato di fronte alla disposizione di una sentenza del tribunale che obbliga ad accettare nuovamente al lavorare un operatore dell'Ausl.
'Noi vogliamo che tutti siano vaccinati' - ribadì Broccoli.
Una sentenza,
quella che obbligò l'Ausl al reintegro, che in attesa che l'obbligo del Green Pass da vaccino, necessario per lavorare in ambito sanitario, decada al 31 dicembre (salvo intervento del nuovo governo), pare avere spinto altri operatori sospesi a presentare ricorso. Quattro quelli giunti all'attenzione della direzione dell'Ausl di Modena le scorse settimane. E rispetto ai quali l'Ausl ha deciso di opporsi attivando il proprio ufficio legale interno per smontare e rigettare davanti al giudice le ragioni dei propri dipendenti che anche alla luce non solo del diritto ma delle ultime evidenze che, appunto, smontano i presupposti del green pass come strumento di riduzione del contagio, chiedono semplicemente di esercitare il loro diritto al lavoro e di potere ritornare alle loro mansioni. Quelle che in diversi casi hanno condotto anche per 20-30 anni.
Riassumendo, da un lato l'azione di altri 4 dipendenti Ausl volta ad ottenere la dichiarazione di nullità, illegittimità e l'annullamento del provvedimento di sospensione, nonché la condanna dell’Azienda al risarcimento dei danni patiti (consistenti nella mancata retribuzione dalla data di sospensione fino alla data di cessazione del rapporto di lavoro), dall'altro l'Ausl che si costituisce in giudizio per destituire di fondamento le pretese dei propri dipendenti sospesi. Applincando l'obbligo di legge in vigore fino al 31 dicembre stringente per i sanitari e interpretabile per gli amministrativi.
Che, lo ricordiamo, non sono solo coloro che non hanno accettato di vaccinarsi ma anche coloro che non si sono sottoposti alla terza dose o, ormai paradossale in linea di principio, sono guariti da covid da più di 120 giorni. Paradosso nel paradosso. Perché ancora oggi, in una fase in cui è decaduto in ogni dove anche l'obbligo della mascherina oltre a quello del Green Pass, e nonostante anche
Pfizer abbia ammesso di non avere testato i vaccini sulla protezione dal contagio (facendo decadere i presupposti alla base dell'introduzione del Certificato Verde), i 120 giorni di teorica protezione del vaccino dall'infezione, e dopo i quali sottoporsi alla dose successiva, valgono come parametro per sospendere i non vaccinati o non completamente vaccinati, così come per vietare alle persone senza green pass le visite in ospedale e case protette, ma non valgono per tutti coloro che solo per avere fatto la terza dose e non importa se 9-10-12 mesi fa, 'godono' del Green Pass illimitato che, come tale, e sui presupposti di base, non avrebbe davvero più senso di esistere.
Gianni Galeotti