Parliamo di una sala comunale (quindi pubblica) da 114 metri quadrati dal valore di 7400 euro all'anno, data in affitto all'80% in meno a una comunità bengalese per attività che la delibera definisce 'di integrazione inclusione, promozione sociale e religiose'. Una sala gremita, il giorno della inaugurazione, col vicesindaco Francesca Maletti che - con tanto di fascia tricolore - spiega che, per fare in prevalenza attività religiosa, siano necessarie autorizzazioni prefettizie che la comunità non ha. Una sala che il giorno dopo la inaugurazione stessa viene definita 'moschea' e sui social vengono pubblicati quotidianamente riti religiosi islamici. Eppure nonostante questo, nonostante nella delibera sia specificato che al Comune spetta 'il rispetto dei patti da parte del concessionario', per mesi quella sala viene usata e definita come moschea a tutti gli effetti.
Nel silenzio dell'assessore e vicesindaco Maletti, della collega di giunta ed ex prefetto Camporota e del sindaco Mezzetti. Tutti zitti, che magari nessuno se ne accorge.
Poi succede che qualcuno (in questo caso il nostro giornale) se ne accorge. L'opposizione ovviamente incalza e il sindaco deve intervenire. 'Si è voluto montare una pretestuosa polemica sul nulla' - dice Mezzetti e via di predica sul tema della integrazione e sulla necessità di un'intesa dell'Islam con lo Stato. Il tutto senza usare la parola chiave: Moschea.
Quella non può essere una moschea: il sindaco lo sa. E lo sa bene anche l'ex sindaco Pighi intervenuto nelle vesti di avvocato della compagna di partito Maletti. Lo sanno tutti e tutti sanno che il mancato rispetto delle regole da parte del Comune calpesta ogni concetto di integrazione, non certo lo esalta. Così come tutti sanno che il dialogo religioso - certamente importante - deve avvenire su un tavolo aperto e con linguaggio franco, non attraverso sale concesse per fare moschee camuffate.
Dunque come se ne esce? Se ne esce con un comunicato della associazione bengalese che afferma che in quella sala si fanno attività di integrazione e inclusione sociale e parallelamente sui social vengono cancellati tutti i post che rimandano alla preghiera islamica, agli Imam e alla moschea. Fatto. Tutto a posto.
Non se ne parla più. Ed è tutta qui l'ipocrisia del sistema di potere modenese.
E, ciliegina sulla torta, la soluzione a tarallucci e vino del cancellare i post. E i controlli sul fatto che - al di là della cancellazione - non si tratti davvero di una moschea? Ci si penserà alla prossima polemica.
Giuseppe Leonelli

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