Mi permetto, in qualità di dipendente dell'azienda sanitaria modenese, di esprimere alcune considerazioni riguardo al servizio andato in onda ieri sera su Rai3 durante la trasmissione 'Presa Diretta', dedicato al sistema sanitario di Modena. Come vede firmo questa lettera, ma le chiedo se può non pubblicare il mio nome.
Il servizio andato in onda si apre con una domanda: 'È possibile garantire a tutti le cure migliori in tempi rapidi e allo stesso tempo ridurre le prestazioni sanitarie e prendendo meno farmaci?' E subito la giornalista si lancia in una dichiarazione che mi ha lasciata allibita 'La risposta è sì e succede nella provincia di Modena'.
Da quella frase parte la descrizione di un sistema da sogno che sembrerebbe in grado di assicurare a tutti risposte tempestive ed efficaci, ignorando, o quantomeno sottovalutando, la realtà quotidiana di centinaia di cittadini modenesi che, proprio in questi giorni, affidano ai social la loro frustrazione per i tempi di attesa interminabili necessari per ottenere visite specialistiche, esami diagnostici e interventi chirurgici. Per la trasmissione di Rai3 a Modena va tutto benissimo, un sogno che si realizza, peccato che nessuno in trasmissione si sia preoccupato di intervistare i pazienti e non solo di dirigenti pronti ad autoincensarsi.
Di quale sanità stiamo parlando? Di quella raccontata in televisione o di quella che i cittadini sono costretti ad affrontare ogni giorno?
Il servizio prosegue illustrando un modello di medicina territoriale nel quale gli ambulatori dei medici di famiglia sono dotati di strumenti diagnostici, come gli ecografi, capaci di favorire diagnosi più rapide e di evitare inutili accessi alle strutture ospedaliere.
Un modello certamente interessante, almeno sulla carta. Ma la realtà è ben diversa: oggi, in molti contesti, trovare un medico di famiglia è già un problema. E anche quando il medico c’è, non sempre dispone dell’esperienza, del tempo e degli strumenti necessari per affrontare ogni situazione con la tempestività auspicata.
Non basta mettere un ecografo in un ambulatorio per garantire una diagnosi corretta. Servono professionisti adeguatamente formati, esperienza clinica e, soprattutto, una rete di specialisti realmente accessibile.
Perché gli strumenti, da soli, non curano nessuno: senza personale adeguato, anche la migliore organizzazione rischia di restare soltanto sulla carta.
Un altro tema affrontato dal servizio riguarda l’appropriatezza delle prescrizioni mediche. Un principio condivisibile, naturalmente: esami e visite devono essere richiesti quando sono realmente necessari, evitando sprechi e prestazioni inutili. Ma attenzione: l’appropriatezza non può diventare un alibi per applicare rigidamente protocolli e criteri prescrittivi regionali senza considerare le specificità del singolo paziente.
Colpisce, inoltre, l’immagine proposta nel servizio del «sistema sanitario a torta»: le fette devono essere piccole, perché tutti hanno diritto a un po’ di dolce. Una metafora che banalizza un problema fondamentale. La sanità non è una torta da dividere in porzioni sempre più piccole. È un servizio essenziale, nel quale la distribuzione delle risorse deve garantire risposte adeguate ai bisogni di salute, senza trasformare l’equità in un livellamento verso il basso. Non basta che tutti ricevano qualcosa. È necessario che ciascuno riceva ciò di cui ha realmente bisogno, nei tempi in cui ne ha bisogno.
Nel servizio si parla anche di équipe di medici ospedalieri a disposizione dei medici di medicina.
Una visita che non viene effettuata non è automaticamente una visita evitata. A volte è una visita alla quale il cittadino ha semplicemente rinunciato.
Ritengo che i dati sull’attività sanitaria dovrebbero sempre essere letti insieme alle esperienze dei cittadini, ai tempi di attesa effettivi, alle rinunce alle cure e al ricorso alla sanità privata.
Alla luce di queste considerazioni, il quadro presentato da Presa Diretta assume il sapore di una narrazione che sconfina nella propaganda politica, rimanendo lontana dalla realtà che molti cittadini e operatori sanitari vivono quotidianamente. Per ora, il modello descritto dal direttore Altini appartiene ad “un libro dei sogni”.
La sanità non si giudica soltanto dai progetti, dai protocolli e dalle dichiarazioni dei dirigenti. Si giudica soprattutto dalla possibilità, per una persona malata, di essere curata quando ne ha bisogno.
A volte, la fantasia supera la realtà e a pagare il prezzo di questa distanza sono le persone.
Lettera firmata
La ringrazio della sua lettera dettagliata, ovviamente rispettiamo la volontà di non pubblicare la firma anche perchè il suo nome è noto tra gli addetti ai lavori. La trasmissione di ieri sera ha effettivamente avuto tratti surreali che lei ha descritto puntualmente. Chi vive e tocca con mano la sanità modenese, tra liste d'attesa infinite, medici di base che spariscono, servizio emergenza 118 in montagna tagliato, punti nascita chiusi e annunci di accorpamenti e tagli (venduti come eliminazione di doppioni s'intende) quella trasmissione che incensava la sanità modenese senza avanzare la più timida critica, andata peraltro in onda sul servizio pubblico Rai, pagato da tutti col canone, ha fatto sorridere. Per non piangere. Peraltro proprio all'indomani della lettera di critiche al modello Altini firmata dal gotha della chirurgia modenese (Fabrizio Di Benedetto, Roberta Gelmini, Silvia Neri, Micaela Piccoli, Stefano Sassi e Michele Varoli) e poi ritrattata dopo appena una settimana. Ovviamente dico questo con tutto il rispetto dovuto e deontologicamente imposto per i colleghi giornalisti, ca va sans dire.
Giuseppe Leonelli
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