Fabrizio Di Benedetto (primo firmatario), Roberta Gelmini, Silvia Neri, Micaela Piccoli, Stefano Sassi e Michele Varoli qualche giorno fa mettevano nero su bianco le criticità del progetto di riorganizzazione della rete chirurgica modenese-reggiana voluto dal direttore generale dell'Ausl Mattia Altini. Parole coraggiose che sono rimbombate nel vuoto pneumatico di una politica silente, sia di maggioranza che di opposizione. Denunciavano il mancato coinvolgimento dei professionisti, sollevavano interrogativi sull'integrazione tra Sassuolo e Scandiano, chiedevano chiarimenti su aspetti organizzativi tutt'altro che secondari. Una lettera articolata, circostanziata, firmata, non una chiacchiera da corridoio. La Pressa l'ha pubblicata integralmente.
Ed ecco la giravolta. Passano pochi giorni e gli stessi sei primari scoprono improvvisamente che il problema non sono più le criticità da loro denunciate, ma il giornale che ha avuto l'ardire di renderle pubbliche. La diffusione della lettera diventa una scorrettezza, il lavoro della stampa un ostacolo al dialogo, l'informazione un elemento capace di minare la credibilità dei professionisti. Ma davvero siamo arrivati a questo punto? Davvero sei dirigenti della sanità pubblica pensano di poter scrivere una cosa e, pochi giorni dopo, prendersela con chi quella cosa l'ha semplicemente raccontata?
Il punto è uno solo: le criticità che sono state denunciate erano vere oppure no? Il mancato coinvolgimento dei professionisti era reale? Le perplessità sulla riorganizzazione erano fondate? Le domande rivolte alle direzioni sanitarie meritavano una risposta? Se sì, che cosa è cambiato in sette giorni? Se no, perché venne firmata quella lettera?
Nella seconda comunicazione non compare una smentita puntuale delle questioni sollevate nella prima. Nessuna spiegazione concreta di ciò che sarebbe stato chiarito o risolto, solo un'improvvisa celebrazione della collaborazione, del confronto fisiologico e della serenità dei rapporti istituzionali. Una trasformazione che ha quasi del prodigioso. Il direttore generale Altini aveva appena ridimensionato pubblicamente la portata della vicenda, parlando di ottimi rapporti e normale dialettica. Ed ecco che, il giorno successivo, anche i sei primari sembrano ritrovare miracolosamente la stessa serenità.
Usano quasi le stesse parole: 'tranquilla dialettica' per Altini, 'dialogo fisiologico' per i chirurghi ammansiti.
Che cosa è successo nel frattempo? Sono arrivate risposte? Sono stati assunti impegni? Ci sono stati chiarimenti decisivi? Oppure è diventato semplicemente più comodo ridimensionare la portata delle proprie parole? Una retromarcia così repentina merita una spiegazione, anche per non alimentare retropensieri. E invece i sei scelgono un'altra strada: attaccare la stampa.
E poi c'è la questione della presunta riservatezza della lettera. Abbiamo davanti agli occhi la comunicazione originale. Destinatari: direzioni generali, direzioni sanitarie e una lunga serie di dirigenti e professionisti inseriti per conoscenza. Decine di persone. Naturalmente una comunicazione interna rimane tale anche quando viene inviata a molti destinatari, ma il tentativo di trasformare la sua pubblicazione nel problema principale è francamente surreale.
Si tratta di un documento che riguarda l'organizzazione della sanità pubblica, gli ospedali, i servizi e, in ultima (o sarebbe meglio dire prima) analisi, i pazienti. Un documento di evidente interesse collettivo. Da quando i cittadini non avrebbero diritto di conoscere le preoccupazioni espresse da chi dirige le chirurgie dei loro ospedali? E soprattutto, da quando la credibilità di un dirigente verrebbe compromessa dal fatto che un giornale pubblica fedelmente ciò che lui stesso ha scritto e firmato? Ad avviso dei sei medici il diritto di cronaca sarebbe dunque un fastidioso orpello? Se i sei ritengono che il contenuto sia stato travisato, indichino dove, come e perché.
Ma in fondo la questione più grave non è neppure l'attacco ai giornali, è ciò che questa improvvisa giravolta racconta del rapporto tra responsabilità dirigenziale e autonomia professionale. Un primario non è soltanto un medico che opera, è un dirigente che organizza, valuta, decide e rappresenta esigenze cliniche e professionali. Se questa è la fermezza con cui vengono sostenute le criticità organizzative, con quale fiducia possiamo guardare alle prossime riorganizzazioni ospedaliere? Non è in discussione la capacità dei sei di curare i pazienti, ma essere bravi chirurghi non basta per essere dirigenti autorevoli. La sanità pubblica avrebbe bisogno di persone con la schiena dritta, capaci di dire ciò che pensano, di motivarlo e di sostenerlo. Anche davanti ai Direttori generali col piglio ciellino, anche quando le loro parole provocano discussioni.
Miracolosamente queste persone si erano materializzate a Modena, ma il miracolo è durato sette giorni.
B. Lazzari
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